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Una malattia chiamata ira.

ira

Uno degli “abiti del male” già ai tempi di Aristotele, l’ira è da sempre inserita nell’elenco dei vizi capitali, quelle attitudini interiori condannate dalla morale cristiana. Dante inserì i rabbiosi nel suo quinto canto, insieme agli accidiosi. Avvolti in un fumo scuro e denso che irrita gli occhi e li acceca, sono puniti, per contrappasso, per l’ira che in vita ha ottenebrato la loro mente impedendo loro una lucida visione.

Eppure la rabbia è il sentimento che, per eccellenza, non riconosciamo come parte di noi. L’ombra che ottenebra e che Dante condanna rappresenta la parte passionale e istintiva del sé di cui spesso riteniamo essere gli altri gli attivatori. In quanto istintuale è primitiva e riscontrabile sin dalla prima infanzia.

Le principali cause scatenanti della rabbia sono la frustrazione e la costrizione. La rabbia soffre i limiti e per contrasto li sorpassa. È così traboccante nelle sue manifestazioni da essere contagiosa. Forse è proprio l’emozione più contagiosa. Lo conferma uno studio dell’università cinese di Beijing che ha analizzato per mesi il social Weibo, corrispettivo di Twitter. La squadra di ricercatori ha suddiviso in quattro categorie emotive ( tristezza, felicità, rabbia e disgusto ) circa 70 milioni di tweet. In questo modo sono stati in grado di mappare il riscontro delle parole associate ad ogni emozione. Ne è risultato che è proprio la rabbia il sentimento che ha più influenza sul mondo digitale. Si diffonde di utente in utente più di ogni altro sentimento, tramite il metodo virale della condivisione sui social network. Secondo il sito MIT Technology Review, le tematiche legate ai post arrabbiati sono principalmente due: i conflitti internazionali e i problemi interni al Paese.

E se provassimo a fare questo esperimento in casa nostra? Quale sentimento risulterebbe più contagioso?

Che i sentimenti siano contagiosi ce lo racconta anche la neuroscienza. I responsabili di questa attitudine li chiamano “neuroni specchio”, e rappresentano una scoperta ricca di conseguenze psicologiche, filosofiche e sociali. Sono neuroni che vengono azionati da motori della partecipazione, nel guardare i movimenti e le reazioni emotive di un altro individuo, dei medesimi centri cerebrali che si attiverebbero se noi stessi ne fossimo i protagonisti.

Questo vale per la rabbia, come lo studio cinese ha dimostrato, ma vale anche per i sentimenti benevoli come l’amore o la gioia o per una delle più semplici manifestazioni di benessere come il sorriso.

E se il sorriso è tanto contagioso quanto un’affermazione rabbiosa ma forse solo più restio al contagio vale la pena di sorridere. Sorridere fuori anche se nascondiamo un urlo o una pianto. Sorridere è di certo la più sana delle malattie.

Info sull'autore

Veronica Falcone collabora dal 2009 con il Gruppo Anima in qualità di responsabile della Libreria Ecumenica e ora della redazione di Anima News per cui ha scritto articoli anche in passato. Laureata in Lettere con una tesi in Indologia è da sempre appassionata di letteratura e cultura orientale. Si interessa di alimentazione naturale, etica e vivere sostenibile. Scrive articoli su queste tematiche per varie testate giornalistiche e cura un blog di sperimentazione letteraria.

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