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Un Giorno Sacro – Simbologia del Presepe

Spesso si compone il presepe senza nemmeno pensarci su troppo, ed in fin dei conti è giusto che sia così: i simboli perdurano traendo la propria forza vitale dalla gioia del gioco. Se così non fosse sarebbero da tempo avvizziti, rinsecchiti. Pensate ad esempio ai simboli celati nelle statuine degli scacchi, o nelle figure delle carte da gioco! Chi li avrebbe tramandati, se non fosse per la gioia del divertimento che essi sanno donare?

Possiamo provare a soffiare un po’ di consapevolezza anche nel presepe, impiegando maggior coscienza mentre lo componiamo. Ma è importante che resti un gioco: prendersi sul serio non è un indice di saggezza, ma è una sterilità che porta a soffocare la vita delle idee.

Per prima cosa chiediamoci cos’è che stiamo rappresentando. Mi direte: “la natività di Nostro Signore Gesù Cristo, Dio e Figlio di Dio” – una risposta da manuale di catechismo, che magari dice anche le cose corrette, ma che rischia di nascondere la luce del simbolo in una formula prefissata.

Dietro il velo logoro e grigio delle parole si cela un mistero molto profondo: Dio scende nella creazione creata da lui stesso, lo spirito si incarna, la vita entra nella materia e la anima.

Cominciamo proprio dal centro simbolico del presepe, con il punto cardine, il bambin Gesù. La classica statuina è un’immagine troppo familiare: un’altra formula prefissata, che finisce per sviarci dal significato che essa contiene. Invece delle immagini useremo dei segni, per comprendere meglio il simbolo intrinseco: in questa maniera, la prossima volta che vedremo le tradizionali immagini del presepio potremo capirle con una luce diversa e più penetrante.

 

Il segno per il Gesù bambino non può che essere quello del sole, e dell’oro. La natività ricorre nei giorni del solstizio d’inverno, nel momento in cui il sole sembra definitivamente sconfitto dalle fredde e nere notti di dicembre. E’ nell’istante di disperazione più buia che appare la speranza, e questo è il significato più profondo del presepe: l’inverno, la disperazione, il mondo, la notte, la materia ed il corpo sono tutte facce diverse di un medesimo simbolo. Ma non crediate che tale simbolo nero sia un infamia da gettare alle ortiche! Ricordate: “La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo”.

E’ proprio nel punto più profondo dell’abisso che brilla la luce di Dio: per dar frutto la semente deve cadere sulla terra. “Seminate aurum vestrum in terram albam foliatam”.

Il simbolo è composto da un cerchio esterno con un punto al suo interno, proprio nel centro.

Dio è una sfera infinita, il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo”.

Dio è tanto il creatore del mondo quanto una creatura dentro il mondo; è materia e lo spirito che in essa si cela. Maria è una creatura di Dio, eppure Dio nasce e cresce nel suo utero. Il cerchio esterno è la notte nera della materia, ma è anche l’utero di Maria, l’orto racchiuso del Cantico dei Cantici. In esso è nata la luce dello spirito del Signore: il piccolo punto centrale. Ma la circonferenza ed il punto centrale sono due aspetti manifesti del medesimo mistero!

La tradizione popolare vuole che attorno alla culla del bambin Gesù ci siano il bue e l’asinello. Il nesso più immediato è alla natura bestiale dell’anima umana, che contiene tanto la mansueta forza del toro quanto la cocciutaggine e la sensualità sfrenata dell’onagro. Eppure è in tale anima che fiorisce il germoglio dello spirito, quanto di più prezioso l’uomo possa ricevere in dono.

Ma c’è ancora un altro riferimento, più nascosto ma ugualmente prezioso, che non contraddice l’altro ma lo espande con nuove sfumature di significato. Il bue simboleggia il pianeta Giove, mentre l’asino il pianeta Saturno. Gesù è nato proprio durante il periodo di congiunzione di queste due stelle: è giusto dunque che i due animali, che rappresentano tanto un temperamento dell’anima quanto un pianeta dei cieli, siano posti in opposizione attorno al punto focale della culla. A destra il bue, la parte più nobile ed addomesticata dell’anima, e a sinistra l’asino, più indisciplinato ma più ricco d’energia vitale.

Subito oltre questo primo cielo, ce n’è un altro in cui orbitano Maria e Giuseppe, Venere e Marte, il maschio e la femmina, la natura ricettiva e quella attiva. Ovviamente anche questi vanno disposti in posizioni opposte attorno al centro. In alto va Maria: più vicina al cielo, perchè il suo ruolo è quello di ricevere in sè la luce divina. Giuseppe invece va in basso, forza attiva che dà stabilità alle fondamenta dell’intero progetto divino.

La tensione degli opposti culmina e si risolve proprio nel simbolo di Gesù bambino: gli opposti separati sono la circonferenza esterna, e gli opposti riuniti sono il punto interno.

La grotta riassume in sè tutte queste forze: è una ripetizione in grande scala dell’immagine concentrica che abbiamo già visto, ma per renderla più chiara daremo alla grotta la forma d’una mandorla, che protegge e racchiude il mistero dell’unione fra divinità ed umanità.

Sulla cima della grotta c’è la colomba, spirito mercuriale: il suo importantissimo compito è di fare da tramite, da ponte fra la terra ed il cielo. La colomba risuona infatti in armonia con la stella cometa, che è anch’essa della natura del mercurio: come in alto, così in basso.

Come un magnete che orienta la limatura di ferro, così il mistero dell’unione fra Dio e Uomo orienta tutto ciò che lo circonda.

Ponete attorno alla grotta quattro pastori, e attorno a ciascuno d’essi tre pecore, formando un cerchio ed una stella, cristallizzati attorno al centro d’oro. Ma abbiate anche cura di spezzare e sporcare quel fiore, mettendo fra loro una capra nera, come la zizzania fra il grano.

 

L’infusione dello spirito nella materia è solo uno dei due passi dell’operazione: l’altro prevede il ritorno dello spirito a Dio. E’ giusto che la creazione conosca il creatore, ma occorre anche che il creatore riceva in sè la creazione. Soluzione e distillazione: un’immensa opera circolare che si ripete ogni anno, e che al tempo stesso è accaduta soltanto una volta nella storia.

Se non fosse per quella goccia di zolfo rappresentata dal caprone nero, l’unione fra materia e spirito sarebbe indissolubile: invece occorrerà separarla, quando verrà il momento giusto, ossia l’equinozio di primavera. La Pasqua è la fuga dall’Egitto, e l’Egitto è il corpo, è questo mondo. Lo spirito è venuto sulla Terra e l’ha cambiata radicalmente. Ora tornerà a Dio, ma sarà uno spirito diverso, impregnato dell’essenza di questo mondo, e quindi finirà per cambiare radicalmente anche il Cielo: è così che si consuma il dialogo di amore fra l’Eternità ed il Tempo, fra Purezza e Corruzione, fra Dio e Uomo.

Non mancano che i tre magi: l’oro, l’incenso e la mirra che portano in dono al neonato Signore rappresentano rispettivamente la regalità terrestre, quella celeste e quella sul mondo dei morti. Ma sono anche presente, futuro e passato, oppure ancora l’anima, lo spirito ed il corpo. Rappresentiamoli con un unico segno, una croce a tre bracci: in verità anche queste sono tre fasi distinte d’un unico cerchio.

I magi sono le uniche figure del presepe a muoversi, un cammino che parte dall’estrema periferia fino al centro. Arriveranno al centro soltanto all’Epifania, il giorno dell’apparizione. Sappiate questo: durante il loro pellegrinaggio essi accendono i simboli che sfiorano ed avvicinano, allo stesso modo in cui il Sole fa splendere le costellazioni dello Zodiaco nel suo tragitto annuale attraverso l’ellittica.

Ricordatevi: abbiamo soltanto giocato. Se qualcosa vi sembrava errato o fuori luogo, non adiratevi: potete cambiare le figure, o ricalibrarne le posizioni e i rapporti a vostro piacimento. E’ per quello che nella tradizione il presepe si fa con le statuine, e non con segni sulla carta: in questo modo si possono muovere e disporre secondo le proprie inclinazioni personali. E’ giusto che il risultato finale cambi a seconda della persona che lo crea: il risultato dev’essere in accordo con la propria anima, altrimenti non avrebbe nemmeno senso crearne uno proprio.

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