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Simboli d’apertura e chiusura

Il simbolo è una relazione che attraversa verticalmente tutti i piani dell’esistenza, comprendendo nel suo collegamento tanto quelli più elevati ed astratti che quelli più mondani e bassi.
Per capire come si sviluppi un simile legame, seguiremo la traccia di un simbolo, partendo dai cieli rarefatti delle idee fino ad arrivare al terreno della nostra quotidianità.
Partiamo dalla definizione del termine esistenza: tutti noi esistiamo, eppure quanta difficoltà incontriamo se dobbiamo spiegare a parole il significato di tale termine!
E’ una semplificazione, certo, ma potremmo tentare una prima definizione: esiste ciò che ha una proprietà che lo distingue da ciò che lo circonda. Immaginiamo che l’intero universo sia una superficie bianca, interamente uniforme: che senso ha, all’interno di essa, distinguere un punto bianco dall’altro? All’interno di quell’universo non esisterebbe niente, e forse non avrebbe nemmeno senso dire che l’universo stesso esiste.
Immaginiamo ora un punto nero nel mezzo di quel deserto bianco. Balza subito agli occhi che quel punto nero esiste: esiste proprio perché si differenzia dal resto del contesto che lo circonda. Anche lo sfondo bianco ora acquista esistenza, grazie alla distinzione creata dal contrasto con il punto nero.
L’esistenza dunque è basata sulla distinzione, ovverosia un taglio, una chiusura che separa dal resto.
Però la distinzione esige anche un rapporto, perché di fatto è basata sul confronto. Riprendiamo l’esempio di prima: se il punto nero si trovasse in un universo differente, assolutamente privo di relazioni con quello della distesa bianca, non avrebbe senso parlare di distinzione, né di esistenza.
Quindi per l’esistenza è anche necessario un rapporto – un’apertura.
Sono definizioni astratte, pensieri che possono apparirci difficili perché apparentemente slegati dalla realtà; ma possiamo comprenderli meglio se scendiamo da quelle altitudine iperuraniche al nostro mondo sublunare.
Prendiamo in esame un altro concetto, molto più concreto: la vita. Paradossalmente anche ricercare la definizione di “vita” è un’impresa tutt’altro che semplice; ma lasciamo che alla parola corrisponda un’idea intuitiva, più elastica rispetto ai rigidi concetti. Quel che ci interessa qui è che anche nel fenomeno della vita si riflettono le medesime categorie necessarie: distinzione e rapporto, chiusura e apertura.
Ogni organismo, per vivere, necessita di un confine che lo separi dal resto del mondo. Gli organismi unicellulari hanno una membrana cellulare, mentre quelli più complessi hanno scaglie, squame o pelle.
La chiusura che essi rappresentano vale su entrambi i lati. Da un lato è difesa dal mondo esterno, per prevenire gli influssi distruttivi che possono provenire dall’ambiente; dall’altro è una necessità di coesione di ciò che è all’interno, una sorta di contenitore per evitare che la vita si disperda.
L’essere vivente è però tutt’altro che un isola chiusa e completamente staccata dal mondo; alla vita è necessario il rapporto con l’ambiente circostante, e di conseguenza un’apertura al mondo. Tanto la cellula quanto il più complesso dei mammiferi hanno simili bisogni: respirare, mangiare, smaltire gli scarti dei processi metabolici… Ad ognuna di queste necessità corrisponde un buco nel confine che delimita l’essere vivente.
E’ in questo compromesso di chiusura e apertura che possiamo cercare una maggior comprensione, se non una definizione, del fenomeno vita.
La dicotomia apertura/chiusura vale anche per i gruppi umani. Le città si chiudono nelle mura, ma le mura cittadine hanno le porte. Le nazioni proteggono i loro confini, ma tengono comunque aperti i valichi di frontiera e le dogane. La famiglia si chiude in una casa, ma la casa ha porte e finestre, perché è necessario tanto poterne uscire quanto poter accogliere altre persone.
Facciamo ancora un altro salto di livello, per arrivare nel mondo della psiche umana. Qui il paradosso si acuisce creando contrasti che possono farsi dolorosi. Da un lato infatti l’uomo possiede il meraviglioso dono dell’individualità; dall’altro l’uomo è un animale sociale, e non può fare a meno di rapportarsi con gli altri e di formare dei gruppi.
Il requisito, anzi, il significato dell’individualità è nell’essere unici, e quindi per forza distinti e diversi dagli altri; ma se spinta agli eccessi, l’individualità porta ad un penoso isolamento. Come può esserci comprensione con gli altri, se non c’è nemmeno un briciolo di terreno comune?
Per interagire con gli altri l’uomo deve quindi farsi simile ad essi. Ogni gruppo ha dei tratti distintivi caratteristici, che accomunano e definiscono gli appartenenti ad esso: può essere un modo di parlare, o di vestire, o la condivisione di determinate idee politiche e religiose.
Il problema è questo: ciò che distingue un gruppo, ciò che lo differenzia e lo chiude dal resto, va a sovrascrivere le caratteristiche individuali. Più si appartiene ad un gruppo e meno si è individui; il rischio di spingere all’estremo l’appartenenza al gruppo è la perdita dell’individualità.
Il confine fra individualità e la società sta nell’apparenza. Come la pelle per l’organismo, l’apparenza è una nostra difesa esteriore, ma in un certo senso è anche parte di noi, espressione della nostra essenza.
Il modo di vestire, il comportamento, il modo di pettinarsi, lasciar lunga la barba o radersi, indossare o meno gli occhiali da sole… sono tanto distinzioni quanto rapporti con gli altri, al tempo stesso chiusure e aperture, e in ciò sono simili al confine d’uno stato, o alla membrana d’una cellula.
Facciamo un ultimo salto, per arrivare ad un fenomeno di costume dei nostri anni: la diffusione di pc portatili, tablet, smartphone, lettori di ebooks e via dicendo.
La caratteristica comune di questi giocattoli per adulti è di essere dotati d’uno schermo. La stessa etimologia della parola “schermo” rimanda a due concetti che ormai ci sono familiari: ripararsi e difendersi. Non stupisce dunque che l’uomo abbia adottato questi schermi portatili come un nuovo tipo di nascondiglio. Fateci caso: quando siamo in un posto affollato, la gente alza il telefonino e nasconde il suo sguardo dietro di esso. Non sta guardando veramente lo schermo, si sta chiudendo dietro di esso, per isolarsi dal contatto forzato con altri esseri umani.
In un treno affollato, dove gli spazi personali vengono penosamente ristretti, l’uso di pc portatili, tablet o simili è particolarmente notevole. Davvero c’era bisogno di lavorare in quel momento sul pc? O lo si sta forse usando come un rifugio, più o meno come fanno i bambini che si nascondono dentro un fortino fatto di cartone?
Più la popolazione è concentrata, e più la massa preme minacciosa contro i confini dell’individualità.
Se siamo talmente spaventati da doversi inconsciamente nascondere dietro uno smartphone, forse è proprio perché sentiamo che la nostra unicità è in pericolo, o addirittura è già persa in favore d’una banale omologazione alla massa.
Come avrete capito, ad ogni chiusura corrisponde un’apertura. Il spiraglio nello scudo del telefonino è l’occhietto della fotocamera, ormai accessorio indispensabile di ogni cellulare che si rispetti.
Attivando la telecamera possiamo guardare lo schermo e vedere quello che vedremmo se alzassimo lo sguardo dallo schermo: una bella conquista della tecnologia!
La beffa è che uno strumento nato per la comunicazione finisce con l’essere usato per aumentare la distanza fra uomo e uomo. E’ una deriva osservabile in ogni mezzo di telecomunicazione: mettendoci in contatto con chi è distante ci isoliamo da chi ci sta vicino.
Se la fuga dal contatto è causata dalla debolezza dell’individualità, allora basterà riappropriarci della nostra unicità per dissolvere questa paura inconscia, e poter sostenere i rapporti con gli altri, di cui tanto abbiamo bisogno per nostra stessa natura. Potremo allora abbassare per un attimo il telefonino e guardare negli occhi chi ci è vicino; un semplice sguardo amichevole, un sorriso. Oltre lo scudo non troveremo un mostro ma un altro uomo, un nostro fratello.
Abbiamo inseguito un simbolo, la dicotomia apertura/chiusura, attraverso i suoi riflessi su diversi specchi: l’esistenza, la vita, la società, la psiche.
Resta una domanda profonda e forse irrisolvibile: dato che il simbolo è valido su tutti questi piani, è un principio generale, inerente al nostro universo? O è una categoria insita nella mente, tramite la quale ordiniamo e disponiamo i dati che il nostro universo ci fornisce?

Info sull'autore

Francesco Boer è ragioniere ed alchimista, scrittore, falso profeta, poeta e ciarlatano. Dopo essersi diplomato con il massimo dei voti all’Istituto Tecnico Commerciale di Staranzano (GO), intraprende un vagabondaggio di quattro anni, che lo porterà ad attraversare l’intera Europa. E’ proprio durante uno dei suoi burrascosi viaggi che Francesco impara l’arte della magia ed i segreti più profondi delle scienze esoteriche, anche se la vera identità del suo maestro rimane tuttora un segreto. Dal 2005 Francesco presta servizio alla corte del Re di Svezia in qualità di santo della Chiesa Cattolica, ma nel 2007 viene scoperto ed è costretto a fuggire. Dal 2008 al 2012 ha vinto a più riprese sia il premio Strega che il premio Bancarella, usando però di volta in volta un differente pseudonimo. Parla fluentemente sette lingue, anche se spesso i suoi interlocutori non lo capiscono. Nel curriculum di Francesco, inoltre, non manca l’arte figurativa: è infatti uno dei più noti scultori di burro a livello europeo. Nel 2012 ha pubblicato con l’Editore Mursia "Ufficio Magico", un libro sulla magia aziendale, al tempo stesso un manuale di incantesimi ed un romanzo. Con la magia aziendale è possibile gestire lo stress lavorativo ed avere una marcia in più per fare carriera; ma è anche un potente strumento per la crescita personale e spirituale. Sempre nel 2012, con le Edizioni Segno, è uscito il libro “Guerra alla Dea Madre”: è la storia di un soldato americano che si ritrova catapultato in Macedonia, in quella che credeva essere una normale missione di peacekeeping, ma che si rivelerà gradualmente essere una sanguinaria ed onirica caccia alle streghe.

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