Anima News, News e Articoli

Oltre l’inquadratura. Per un’ontologia dell’immagine FOTOGRAFICA

imagesCAGNX6E6

Osservare il movimento delle vite, solo apparentemente  bloccate, su una vecchia stampa fotografica; oppure, lo scorrere di altre esistenze, mentre spariscono dalla pellicola ingiallita,  fino a raggiungerci.

E accorgersi che, tutte quelle persone, assieme a noi,  appartengono al medesimo continuum spazio-temporale

Avverto l’esigenza di condividere con voi l’esito di un’intuizione, cresciuta dapprima lentamente,  a mia totale  insaputa, nella mente;  poi, giunta a maturazione nel lampo abbagliante di un istante,  in cui è sbocciata letteralmente alla vita,  assumendo  la forma di una “fascinazione” visiva.

Mi venne incontro un bel giorno, attraverso l’attivazione di un particolare  stato della coscienza che, con un ossimoro, potrei definire di “passiva attrazione”,  con la stessa forza discreta che anima un “tacito tumulto”.

Non è questo un modo artificioso  di rendere un particolare stato della percezione di cui sono stata partecipe,  ma credo possa aiutarmi  nel  rappresentare a voi,  con la dovuta aderenza,  il sentirmi  d’un tratto, “agita”: come fosse stato ad opera di una qualche forma di “volontà senziente”  che,  prima di venire contrastata, era  riuscita prontamente ad eludere il guardiano  posto a guardia delle mie facoltà raziocinanti che mi  agganciano alla terra: nel modo fulmineo che, del resto, è proprio alle intuizioni più feconde.

Una volontà scattante, dicevo, che mi accorsi presto appartenere a individui neppure a me coevi.

La certezza che ebbi,  di una loro appartenza alla dimensione  “trascorsa”,   derivava dal riuscire a scorgerli, prima quasi sfocati poi sempre più definiti,  grazie anche al loro richiamare a voce alta la mia attenzione.

Sono  riuscita poi  a  contestualizzarli, attribuendo loro una  precisa localizzazione in un momento storico: chi partecipe di un importante avvenimento; chi in momento  della quotinianità.

Le epoche risultarono ben contraddistinte. Riconobbi, grazie ad averlo visto sui libri di storia, i  volti, le fogge degli abiti,  le acconciature, i cappelli, le  insegne, i veicoli, anche le movenze e le speranze nello sguardo;  e  quanto ancora del passato non aveva comunque  impedito a me di imbattermi in loro e, a loro, di rintracciarmi.

Perché il caso volle che essi venissero già immortalati o  ripresi, spesso a loro insaputa (si ripresenta il filo rosso del venire “agiti” e “agiti” e “agiti”…) da una foto o una video camera, di quelle “ante litteram”.

Probabilmente vi sarà capitatata  tra le mani una stereoscopia, che, a partire dalla metà dell’Ottocento, quando la fotografia comincio a perfezionarsi tecnicamente,  fu di gran voga.

Nella  fotografia stereoscopica si tratta,  in pratica,  di realizzare due diverse immagini da punti di ripresa diversi, ma sul medesimo asse e opportunamente scostati. Così come noi siamo in grado di rilevare la profondità grazie alla contemporanea visione delle due immagini che ci giungono dagli occhi, così anche la fotografia doveva riuscire ad effettuare due differenti riprese,  che contenessero informazioni solo parzialmente coincidenti, cioè disallineate. Osservando  contemporaneamente le due riprese, l’immagine di sinistra con l’occhio di sinistra e l’immagine di destra con l’occhio di destra,  veniva ripristinato nell’osservatore, attraverso una sorta di binocolino,  il normale meccanismo di visione e di valutazione delle distanze,  cui siamo abituati nella nostra quotidianità a tre dimensioni.

In quelle fotografie stereoscopiche si sostanzia la sensazione che  il soggetto ripreso da sempre cammini nello spazio inquadrato;  e, nonostante sia passato “oltre” l’inquadratura, se disponessimo di tutta l’infinita sequenza di scatti che ne registrasse  l’esistenza, come fotogrammi  di un film,  i movimenti e le vibrazioni di spazio di quell’individuo potrebbero benissimo arrivare fino a noi. Fino a questa nostra porzione di spazio, che chiamiamo il nostro adesso,  per scambiarci  una forte stretta di mano.

La domanda che si pone infatti è: il soggetto, negli stadi di vita precedenti o successivi alla ripresa, che sappiamo esserci stati ma non sono giunti a noi attraverso uno scatto o una sequenza di film, è forse scomparso per sempre da quel suo tempo,  per lui sempre “presente”?  Oppure, non ha mai smesso di camminare, nonostante non lo possiamo più  seguire nei passi successivi? E questo solamente per carenza informativa!

Provate a chiedervi: dove va a finire tutta quella gente quando sparisce dall’inquadratura?

Intendo: quando davanti agli occhi vi si parano i soldati in marcia della grande guerra,  che si stagliano neri sul fondale bianco di freddo e neve, avanzando uno dopo l’altro con l’elmetto a sghimbescio, l’arma a tracolla, la barba di ghiaccio; e via via,  sparendo  dall’inquadratura, non solo scompaiono alla vista; ma,  trasferiti  a fare una breve  sosta nella nostra mente, da essa si allontaneranno per sempre e dalla Memoria Umana, di esserci mai stati al mondo!

Se qualcuno di noi, infatti,  non raccogliesse da terra il sottile nastro che,  l’ultimo della fila,  faceva pendere perché qualcuno di noi capisse di doverlo raccogliere,  per servire  da appiglio e non finire inghiottito nello  spazio siderale senza più ritorno.

Quando non è rimasto più nessuno, dei propri cari,  a custodirne il ricordo e le fotografie sulle lapidi sono svanite assieme ai loro nomi: ci viene chiesto di diventarne i loro  custodi,  della memoria del loro passaggio. Il rischio del non ricevere più amore  potrebbe anche comportare   un definitivo  dissolversi  quali esseri spirituali.

E se anche le fotografie da noi custodite dovessero schiarirsi a tal punto da rendere le loro fattezze ectoplasmi indistinguibili,  averne incrociato lo sguardo garantirebbe  loro la nostra adesione al compito per il quale fummo prescelti.

Li vediamo scorrere nello “spazio accanto”,  della vita non più visibile, con i loro visi dolenti e spacciati, per andare nella terra di nessuno: ma l’ultimo dei soldati, che ancora permane nell’inquadratura,  ha gli occhi fissi al compagno davanti,  che l’ha preceduto e di cui conserviamo memoria, e nei suoi occhi c’è il riflesso di quel soldato scomparso dal fotogramma e dalla nostra vista.

Ho cercato di dare ragione di questo mio  provare a dimostrare  la permanenza del  materiale “esterno”  al margine di una fotografia o di un fotogramma:  non già attraverso un recupero storiografico fittizio; ma in virtù della “trascrizione” fedele che fu  già effettuata da chi, non inquadrato  (fotografo, regista, individuo “fuori campo”), attivamente  assistette e fu presente in quella porzione di tempo,  che per noi  va “oltre i confini” dell’inquadratura.

Dunque, è come se  si ponesse  fuori non solo alla vista ma alla stessa esistenza.

Si tratta invece di occhi, menti, esistenze, che registrarono  i “momenti” di tempo esterni allo spazio inquadrato: per i quali  l’oltre l’inquadratura risultava essere coesistente-senza-interruzione (in continuun) al medesimo  spazio di tempo inquadrato.

E non mi riferisco dunque, in questo studio,   solo ad una percezione superficiale di tipo emotivo che, un osservatore,  può assorbire in quanto immerso in quello stesso istante-ora-di-spazio che decida, per  motivazioni artistiche o cronachistiche di inquadrare: prima  con lo sguardo e poi con un click  della  macchina fotografica.

Si tratta di una adesione ontologica, non mediata dai prodotti della propria coscienza (emozioni, pensieri, sensazioni). Una  adesione che conduce ad essere un tutt’uno  con l’istante-ora-di spazio che congiunge tutti gli elementi dello spazio degli infiniti Universi.

Il fotografo sta respirando gli odori e la luce del fotografato; a vicenda essi  si osservano gli uni negli  altri.

In più le esistenze,  oggetto dell’inquadratura,  hanno negli occhi che intercettano i nostri, quello stesso fotografo che chiede di mantenere la posa e che noi non vediamo.

Ma per questa carenza informativa,   non potremmo certo sostenere  la sua non-esistenza!

Il fotografo infatti vede ancora oggi tutto ciò che era “oltre i margini”, coesistente però all’oggetto dello scatto.

Pertando, l’atto dell’osservazione consapevole, che sia cioè in grado di  isolare un frammento di spazio, serbandolo all’interno di un temenos sacro, è la condizione perché la sostanza di quello spazio-presente-allora  permanga ontologicamente in tutti i presenti; e possa aderire perfettamente e completamente, essendo costiuìtuito della stessa sostanza, al nostro.

Il Fotografo sottrae con la fotografia, all’indifferenziato del non-ossservato, un frammento dal contesto, eternandolo. Ha analizzato con cura il taglio che doveva dare all’immagine, cosa inquadrare e cos’altro invece escludere. E quato scartato permane impresso nella sua retina.

Adesso sarebbe bello  potersi spingere fino ad identificare la metodologia complessiva della trascrizione del tempo dell’immagine: che amo definire di “duplice presenza”.

La prima, risiederebbe  nella  permanenza del tempo, nel tempo.

La seconda, riguarda strettamente la  permanenza ontologica ed effettiva del tempo dell’immagine: di quel tempo di esistenza bloccato, solo in apparenza,  nel suo naturale scorrere.

Se avessimo dunque a disposizione  tutti i possibili scatti  dall’inizio dei tempi quanti  furono  gli istanti di vita degli esseri viventi, tutti loro si metterebbero in fila dietro di noi ,  sospingendoci allegramente.

Ma se mancasse una foto a spezzare questa sequenza ininterrotta e perfetta di istanti-ora,  di spazio,  sempre presenti: quel pezzo mancante comprometterebbe forse e irrimediabilmente la persistenza di tutti gli altri istanti di vita? E ancora:  in quale dimensione, stato d’essere o Universo sarebbe precipitato?

Info sull'autore

Giornalista, scrittrice e studiosa, da anni approfondisce tematiche legate ad ambiti di approfondimento che, per analogia o induzione, convergono tutti a trasformare il pensiero, affinché il pensiero stesso possa riappropriarsi del potenziale nascosto e sopito e trasformare concretamente la realtà. Oggetto della sua analisi, sia le discipline scientifiche che, dalla fisica quantistica approdano all’origine e all’individuazione del sé “a loop”, per poi scendere nelle viscere del simbolismo alchemico della coscienza collettiva; sia gli insegnamenti di tradizione mahayana e altri, quasi dimenticati, di radice esoterica; in un intreccio di rimandi continui a mondi non sempre contigui ma senz’altro affini nella sostanza e nell’origine. Si occupa di formazione, in direzione anche delle risorse umane, con un approccio guidato dal “donare” l’insegnamento, consapevole di dover comunicare sempre e solo “cose significative che portino beneficio”; volendo essere per prima cosa un esempio degli insegnamenti che offre, nell’instancabile e compassionevole lavoro in direzione degli altri-sé. E’ fondatore e presidente di un organismo permanente, la cui missione sarà di agire come catalizzatore dei cambiamenti globali, individuando i principali problemi che interessano il futuro del pianeta, analizzandoli in un contesto mondiale e ricercando soluzioni alternative nei diversi scenari possibili. Aperto al contributo di tutti quanti vorranno adoperarsi per il bene del mondo, il Board è costituito da scienziati, filosofi. economisti, alti responsabili di azienda, attivisti dei diritti civili, esponenti di istituzioni non governative.