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Le nozze di Cana

laddove l’Uomo attinse alla fonte della propria essenza divina.

La  nostra vita va colmata fino all’orlo, con la luce di una speranza salda da cui scaturisca il vino della gioia.

Perché il miracolo avvenga, bisogna riempire abbondantemente il vuoto della nostra giara interiore con l’acqua della vita.

E’ quanto ci rivela l’episodio delle Nozze di Cana. Un testo all’apparenza semplice ma, in realtà, di una estrema complessità sapienziale.

Attraverso le Nozze “alchemiche” di Cana,  viene indicata la via del ritorno all’Essenza; il rafforzamento del legame tra il Divino e l’umano.

Nel racconto di Giovanni ci troviamo di fronte a un matrimonio in cui manca il vino. Dunque è avvenuto l’inimmaginabile: nell’alleanza tra D-o e il suo Popolo è venuto a mancare l’Amore.

 “Cana di Galilea”, citata solo da Giovanni, probabilmente è una località mai esistita, se ci riferiamo ad un sito localizzabile sulle carte geografiche.

Si tratta però di un luogo realmente esistente: è la “canna di Cana”, quale collo dell’alambicco localizzato nella laringe: quella “canna” in cui  G-ù compirà  la sintesi alchemica  tra Corpo e Spirito,  richiamando a sé tutte le energie cosmiche.

l’Unigenito rappresentava il Cielo; gli Sposi rappresentavano la Terra.

Nella simbologia del Cantico dei Cantici, la “cella” del vino è la “camera nuziale”:  la camera alchemica (la “canna” della laringe) dove si celebrano le nozze: quali G-ù si appresta a ricreare in sé, infondendogli uno spirito nuovo.

Tutto il mistero di Cana è imperniato sulla presenza di uno sposo, G-ù, che vuole celarsi inizialmente sotto le vesti dell’invitato. Si rivelerà poi pienamente solo nel corso della narrazione.

L’acqua delle giare di pietra si muterà in vino, non già all’interno delle anfore, ma al di fuori di esse: prima dall’interno, dal Sancta Sanctorum della laringe, cioè dal luogo deputato ad innescare la sintesi alchemica, si effonderanno i doni dello spirito creatore; dopo, all’esterno,  ad opera dei “servi”, a cui è affidato di riempire fino all’orlo le giare di vino “buono”.

I  servitori  che collaborano con G-ù, definiti da Giovanni col termine greco “diacono,” non sono tali per condizione sociale, ma perché liberamente e per amore dediti a “servire” l’Altro.

Essi sperimenteranno per primi la trasmutazione dell’acqua in vino, divenendo i meritevoli  portatori dell’amore di Dio,  grazie alla propria incondizionata adesione alla messaggio di vita di G-ù.

Come spiegare che le giare in realtà non contenessero acqua, e dovettero essere riempite proprio dai servi? Perché le prescrizioni dell’antica Legge ebraica sulla purificazione erano divenute inefficaci, un vuoto simulacro, come le stesse giare.

Anche le giare non conterranno mai il vino che G-ù offrirà agli sposi e agli invitati : rappresentano  unicamente lo  Spirito che Egli effonderà.

G-ù  dirà  ai convenuti che,  quanto andrà ad offrire,  rappresenterà la vera e definitiva purificazione: che non sarà in alcun modo  dipendente  dalla  Legge e  dalle sue prescrizioni. 

Una  religione il cui centro vitale risiedesse meramente nei  riti di purificazione sarebbe un matrimonio senza vino. Così come la Legge di allora, che si poneva tra l’uomo e D-o, rendendo indisponibile all’uomo la comprensione del contenere  in sé,  come giara ricolma,  lo spirito divino.

Ma, d’ora in poi, non vi saranno più intermediari: nulla a frapporsi tra il sé dell’Uomo e il suo Spirito. Neppure D-o.

L’amore che è rappresentato dal vino custodito nelle giare,  d’ora in avanti rappresenterà ciascun uomo che vorrà stabilire tra sé e l’Universale una relazione personale e immediata.

L’evangelista conclude il brano precisando che, quello compiuto da G-ù alle Nozze di Cana,  non fu un miracolo, ma un segno:  il primo segno col quale Gesù annunciò la nuova alleanza dell’amore,  da viversi nell’ebbrezza dello Spirito.

Nella situazione narrata, in cui le anfore sono vuote,  si avverte il freddo di quando il nostro spirito è  inaridito, senza più nulla da offrire e rendere sazi. L’amarezza che ne deriva è rappresentata dalle anfore di  pietra vuote. Bisogna dunque far nostro l’invito della Madre di G-ù:

“Qualsiasi cosa vi dica fatela”.

La Madre-Spirito avvertiva che le energie divine dei convitati erano sopite e che necessitava ridestarle.

L’Acqua, quale elemento purificatore,  è l’alimento e la potenza del corpo astrale, trasformato da G-ù in vino. Nella trasmutazione l’acqua equivale a Purezza e Potenza; il vino equivale a Sangue ed Essenza.

Attraverso le nozze alchemiche di Cana, G-ù  indica all’Uomo la via del ritorno all’Essenza, in cui  il Divino partecipa dell’umana esistenza:  in un atto di trasmutazione che è, insieme, congiunzione di ammaestramento e salvazione. Perché gli uomini sappiano riprodurre in sé e da sé il miracolo.


Il testo Gv 2.1-12

1 Tre giorni dopo ci fu una festa di nozze in Cana di Galilea e c’era là la madre

di Gesù.

2 Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.

3 Ed essendo venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli dice: «Non hanno

più vino».

4 Le dice Gesù: «Che vi è fra me e te, o donna? Non è ancora venuta la mia

ora?».

5 Sua madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà».

6 C’ erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, capaci da due a

tre metrète ciascuna.

7 Dice loro Gesù: «Riempite le giare di acqua». Le riempirono fino all’ orlo.

8 Dice loro: «Ora attingete e portatene al direttore di mensa». Essi ne portarono.

9 Come il direttore di mensa ebbe gustata l’ acqua divenuta vino (egli non

sapeva donde veniva, mentre lo sapevano i servi che avevano attinto l’ acqua),

chiama lo sposo

10 e gli dice: «Tutti presentano dapprima il vino buono e poi, quando si è brilli,

quello scadente. Tu hai conservato il vino buono fino ad ora».

11 Questo inizio dei segni fece Gesù in Cana di Galilea e rivelò la sua gloria e i

suoi discepoli credettero in lui.

12 Dopo questo fatto, discese a Cafarnao: lui, sua madre, i fratelli e i suoi

discepoli, e rimasero là non molti giorni

Info sull'autore

Giornalista, scrittrice e studiosa, da anni approfondisce tematiche legate ad ambiti di approfondimento che, per analogia o induzione, convergono tutti a trasformare il pensiero, affinché il pensiero stesso possa riappropriarsi del potenziale nascosto e sopito e trasformare concretamente la realtà. Oggetto della sua analisi, sia le discipline scientifiche che, dalla fisica quantistica approdano all’origine e all’individuazione del sé “a loop”, per poi scendere nelle viscere del simbolismo alchemico della coscienza collettiva; sia gli insegnamenti di tradizione mahayana e altri, quasi dimenticati, di radice esoterica; in un intreccio di rimandi continui a mondi non sempre contigui ma senz’altro affini nella sostanza e nell’origine. Si occupa di formazione, in direzione anche delle risorse umane, con un approccio guidato dal “donare” l’insegnamento, consapevole di dover comunicare sempre e solo “cose significative che portino beneficio”; volendo essere per prima cosa un esempio degli insegnamenti che offre, nell’instancabile e compassionevole lavoro in direzione degli altri-sé. E’ fondatore e presidente di un organismo permanente, la cui missione sarà di agire come catalizzatore dei cambiamenti globali, individuando i principali problemi che interessano il futuro del pianeta, analizzandoli in un contesto mondiale e ricercando soluzioni alternative nei diversi scenari possibili. Aperto al contributo di tutti quanti vorranno adoperarsi per il bene del mondo, il Board è costituito da scienziati, filosofi. economisti, alti responsabili di azienda, attivisti dei diritti civili, esponenti di istituzioni non governative.