News e Articoli, Sessualità e Coppia

La Sacralità Femminile: La Storia della Dea

«Ma la Dea una storia ce l’ha?»

Questa potrebbe essere la prima domanda che emerge quando si parla di storia della Dea.

La realtà è che molte – anzi moltissime  – persone pensano che la storia della Dea non esista. E che non esista neppure un tempo “storico” in cui hanno vissuto popoli che veneravano un divino femminile. In effetti, quello che oggi conosciamo sulla storia della Dea è davvero poco. Tuttavia la Dea una storia ce l’ha. Scavando nel passato  troviamo i riferimenti storici, i reperti, le tradizioni che testimoniano la sua presenza. Una presenza concreta.

Il concetto di divino femminile non è infatti un’invenzione ma un dato storico. Quando ci avviciniamo alla storia della Dea – così come a tutto ciò che la riguarda – è importante però sottolineare che va scovata: la nostra cultura infatti la tralascia e la dimentica in angoli polverosi.

La storia della Dea è una storia spezzata, frammentata, sommersa. Ma, allo stesso tempo, invisibilmente presente. E inizia da molto lontano. Con il consueto…

C’era una volta

Un balzo nella preistoria

La storia del divino femminile ha le sue origini in quel lunghissimo tempo storico che sintetizza in una sola parola centinaia di migliaia di anni: la preistoria.

È una storia che non si svolge in un luogo preciso, ma in molte zone della terra. E che non coinvolge una sola etnia culturale, ma diverse. Attraversa oceani e continenti, come un fiume sotterraneo.

Come sappiamo il tempo della preistoria è lungo, molto più lungo di quello a cui oggi i nostri calendari si riferiscono per il conteggio temporale, cioè partendo dalla nascita di Cristo, circa 2.000 anni fa.

È infatti circa 30.000 anni fa che ha inizio la storia della Dea: a questo periodo risalgono i primi ritrovamenti. Un tempo molto più lungo rispetto a quello delle società patriarcali, le società che si basano sull’autorità paterna, maschile, che si definirono più o meno 5.000 anni fa.

In questo lontano passato – durato ben 25.000 anni – sono esistite civiltà che si rivolgevano al divino femminile. Popoli, tradizioni e culture che hanno considerato la Dea una realtà.

Questa storia però nessuno l’ha mai scritta direttamente, perché a quel tempo la scrittura non era ancora stata inventata. A raccontarcela sono soprattutto i numerosi reperti rinvenuti: statuette, dipinti e oggetti di uso quotidiano. Tutti insieme, come una lunghissima colonna vertebrale, ci collegano alla storia del divino femminile.

Che aspetto hanno questi ritrovamenti?

Basta fare una ricerca in internet per scoprirlo subito. Si trovano moltissime immagini cercando “Dea”, o “Dea preistoria”, o “Dea neolitica” o parole simili. Si può notare così che la caratteristica principale è la frequente raffigurazione del principio femminile attraverso l’enfatizzazione del corpo della donna: seni enormi, ventri gravidi, fianchi larghi, vulve ben evidenti. Anche se lo studio di un passato così lontano è sempre frutto di un’interpretazione, tuttavia queste raffigurazioni esprimono  un femminile molto potente.

Un femminile assoluto.

La Dea come prima espressione divina

Da lei nasce la vita

Con molte probabilità il principio femminile, rispetto al principio maschile, fu riconosciuto per primo nel suo potere. E considerato sacro.

Un motivo c’è.

Nei primordi dell’umanità il potere di dare la vita era di sicuro attribuito completamente alla donna. Era uno sbaglio, ma gli esseri umani realizzarono solo con il tempo che anche l’uomo, attraverso l’emissione dello sperma, era parte del processo. Prima di questa comprensione si assisteva al ventre delle donne che inspiegabilmente si ingrossava e poi, nove mesi dopo, partoriva un essere umano. Il sacro processo della nascita era probabilmente concepito tutto al femminile: la donna, si pensava, era in grado di generare bambini da sola, per partenogenesi, cioè producendoli spontaneamente nel suo ventre.

Lei quindi possedeva un grande potere. Che all’uomo mancava. Un potere che la rendeva speciale, divina: come l’universo, lei era capace di generare la vita.

Fu spontaneo sacralizzare il principio femminile.

La donna in sé custodiva e faceva nascere la vita attraverso il suo utero e la sua vagina. Poi la nutriva e la faceva crescere con il latte che sgorgava dal suo seno. Inoltre era ancora lei che inspiegabilmente ogni mese, secondo i ritmi dell’astro lunare, sanguinava. E, diversamente da chi perdeva sangue per una ferita, lei non moriva.

Gravidanza, parto, allattamento, mestruazioni: nella donna confluivano spontaneamente i cicli dell’universo, della luna, delle stagioni, delle maree, della fecondità della terra.

La percezione della Dea nacque probabilmente da queste istintive associazioni. Era un principio spirituale in cui tutti spontaneamente si riconoscevano figli. Donne e uomini.

La Dea come prima espressione divina

Da lei nasce la vita

Con molte probabilità il principio femminile, rispetto al principio maschile, fu riconosciuto per primo nel suo potere. E considerato sacro.

Un motivo c’è.

Nei primordi dell’umanità il potere di dare la vita era di sicuro attribuito completamente alla donna. Era uno sbaglio, ma gli esseri umani realizzarono solo con il tempo che anche l’uomo, attraverso l’emissione dello sperma, era parte del processo. Prima di questa comprensione si assisteva al ventre delle donne che inspiegabilmente si ingrossava e poi, nove mesi dopo, partoriva un essere umano. Il sacro processo della nascita era probabilmente concepito tutto al femminile: la donna, si pensava, era in grado di generare bambini da sola, per partenogenesi, cioè producendoli spontaneamente nel suo ventre.

Lei quindi possedeva un grande potere. Che all’uomo mancava. Un potere che la rendeva speciale, divina: come l’universo, lei era capace di generare la vita.

Fu spontaneo sacralizzare il principio femminile.

La donna in sé custodiva e faceva nascere la vita attraverso il suo utero e la sua vagina. Poi la nutriva e la faceva crescere con il latte che sgorgava dal suo seno. Inoltre era ancora lei che inspiegabilmente ogni mese, secondo i ritmi dell’astro lunare, sanguinava. E, diversamente da chi perdeva sangue per una ferita, lei non moriva.

Gravidanza, parto, allattamento, mestruazioni: nella donna confluivano spontaneamente i cicli dell’universo, della luna, delle stagioni, delle maree, della fecondità della terra.

La percezione della Dea nacque probabilmente da queste istintive associazioni. Era un principio spirituale in cui tutti spontaneamente si riconoscevano figli. Donne e uomini.

Le statuette della Dea

Un sacro femminile in mano

Giungono così a noi – spesso sotto forma di statuette – donne solenni e possenti, che manifestano la piena espressività della matrice biologica femminile: seni rigonfi  e nutritivi, ventre rotondo e pieno, fianchi rigogliosi, natiche prosperose, vulva grande e aperta.

In questo lontano passato le raffigurazioni del maschile, invece, sono quasi assenti e compariranno solo molto dopo.

Le statuette femminili, chiamate con il diminutivo perché spesso sono piccole – 20 centimetri, o 15, o anche solo 6  – sono tante. Sono state ritrovate in luoghi che suggeriscono una loro sacralità, per esempio disposte con cura nelle tombe, accanto ai corpi e risalgono a tempi diversi.

C’è la Dea di Willendorf, ritrovata in Austria, risale a circa 26.000-24.000 anni fa. C’è la Dea di Dolni Věstonice, ritrovata in Moravia, risale a un periodo tra 29.000 e 25.000 anni fa.

Ci sono le Dee cicladiche, in area mediterranea. Sono più giovani: compaiono circa 6.000 anni fa. C’è la Dea sdraiata, ritrovata a Malta: risale a circa 5.500 anni fa.

Quando vediamo queste sacre immagini le reazioni non sempre però sono positive. Troppo prosperosi quei fianchi, pensiamo. Troppo abbondanti quei seni. Troppo debordanti quelle natiche. Troppo evidenti quelle vulve. Forse anche per te è così, osservando queste immagini. Forse anche per te queste Dee sono “troppo”. Troppo di tutto.

L’esasperazione della genitalità di queste immagini da qualcuno è stata addirittura abbinata alla pornografia. Ma è la nostra idea cristallizzata di un corpo femminile perfetto, disegnato dalla tecnologia digitale, che non ci fa cogliere la voce che parla attraverso queste immagini, il loro significato simbolico. Ma la funzione delle antiche statue preistoriche non è quella di rappresentare delle donne, ma l’essenza di ciò che sono.

È la dimensione sacra espressa nel corpo.

 

Se le guardiamo cogliendo questi segni, possiamo comprendere che tali immagini contengono in sé un forte messaggio. Sono l’espressione della matrice biologica femminile estremizzata. Trasformata in archetipo: cioè in simbolo universale. Con lo scopo di raffigurare un femminile divino: la Dea.

La Dea e le sue civiltà

Espressioni del femminile

Le civiltà che veneravano il principio sacro femminile della Dea pare fossero fondamentalmente pacifiche e centrate sull’agricoltura. Gli storici lo hanno dedotto non solo partendo da ciò che è stato ritrovato ma anche da ciò che manca. Nei reperti si notano puntualmente delle assenze:

di armi, di elementi guerreschi, di tracce di lotte, di violenza, di battaglie. Elementi che compariranno invece in misura massiccia successivamente, a mano a mano che si affermeranno le società di stampo patriarcale, cioè dominate da un eccesso del principio maschile.

È così che i culti della Dea, culti durati per almeno 25.000 anni, parlano del nostro passato. Di un tempo lunghissimo.

Lunghissimo rispetto a cosa?

Rispetto ai 5.000 anni del patriarcato.

Ai 4.000 anni della religione ebraica.

Ai 2.000 anni della religione cristiana.

Ai 1.400 anni della religione musulmana.

Poi le cose cambiarono. Ad un certo punto ci fu una trasformazione totale.

L’inizio della cultura patriarcale

Armi, cavalli e corone

Le civiltà della Dea scomparvero quando iniziò l’epoca del patriarcato.

Non fu ovviamente un cambiamento improvviso. Fu un mutamento sottile e stratiforme che, goccia a goccia, portò alla formazione di nuove strutture, molto diverse dalle precedenti. Anche se possediamo solo frammenti per ricostruire un tempo così lontano, ci sono però testimonianze ben precise.

Riguardano le incursioni di civiltà guerriere.

Grandi ondate migratorie coinvolsero diversi popoli. Vennero dai deserti, dalle pianure, dalle montagne. Gli storici li hanno chiamati col nome generico di Indoeuropei. Non si tratta però di un unico popolo, ma di etnie assai diverse tra loro: sono gli Ittiti, gli Achei e i Dori e la stirpe degli Ebrei. Questi popoli, e altri, arrivarono a fasi migratorie successive, in un arco di tempo di circa 4.000 anni: tra 6.000 e 2.000 anni fa. In un periodo relativamente breve – poche migliaia di anni – invasero, conquistarono e distrussero le civiltà esistenti.

Com’erano questi invasori?

Erano civiltà guerriere e nomadi, molto diverse dalle precedenti: basavano la loro cultura sulla fabbricazione delle armi e sul cavallo, che addomesticavano. Forti e bellicosi, si fondavano su ideologie maschili estremizzate. Guerra e lotta. Esaltazione della forza fino alla violenza. Esercizio del potere fino alla supremazia. Invasione dei territori fino alla totale occupazione.

Un po’ alla volta la terra conquistata venne divisa, frammentata in tante parti. Diventò proprietà di un’egemonia maschile. Insieme al possesso si formò una rigida gerarchia dove le donne occupavano ruoli di inferiorità. Per l’uomo, a quel tempo, non fu certo difficile dominare la donna: lei era più piccola, la sua forza fisica inferiore; e soprattutto era limitata da gravidanze, parti, allattamento e accudimento dei bambini. La donna fu relegata ad un ruolo di seconda classe. Divenne proprietà dell’uomo. E con essa i figli da lei partoriti: garanzia di una discendenza patrilineare, cioè in linea maschile. Quando fu scoperto il ruolo maschile nella procreazione, il dominio della donna da parte di un solo uomo assicurò una certezza fondamentale: la certezza della paternità.

Fu così che il controllo della sessualità femminile divenne fondamentale. Man mano che la storia seguiva i suoi passi, modellando intorno a sé il paesaggio di un maschile predominante, le ondate di questa trasformazione si insinuarono anche negli spazi della Dea.

Prima  gradualmente. Poi drasticamente.

E allora tutto cambiò.

Le dee con la “minuscola”

All’ombra degli dei

La Dea non scomparve subito dalla storia e dalla cultura dei popoli che l’avevano venerata. Per un certo tempo la tradizione del femminile sacro proseguì.

Ma in modo diverso.

Agli inizi il mutamento fu lieve e sottile: la Dea non venne “sradicata” ma piuttosto “amalgamata” poco a poco alle nuove ideologie. Però gradualmente la sua forma mutò: da principio divino assoluto – essenza primigenia del femminile – fu smembrata e frammentata in molte figure diverse.

Fu così che nacquero le “dee”. Faranno la loro comparsa circa 5.000 anni fa. Sono personificazioni distinte: più che un potente e sacro principio divino rappresentano il femminile nei diversi aspetti.

È una lista di nomi senza fine quella che si produsse.

La Dea – principio divino unico e primigenio – divenne Iside in Egitto. Ma anche Hathor, Sekhmet, Bastet. Prese il nome di Era, in Grecia. Ma anche di Demetra, Artemide, Ecate, Atena. A Roma ci fu Giunone. Ma anche Cerere, Vesta, Minerva, Diana.

Questo accadde in molte parti del mondo. Tante erano le dee.

Capi e guerrieri: le divinità maschili. Intanto gli dei emergevano sempre più possenti, attraverso valori maschili spesso estremizzati: lotta, sfida, conquista, gerarchia.

Gli dei sono re, capi guerrieri, eroi, sacerdoti. Portano copricapi vistosi ornati di corna, piume, elmi. Impugnano scettri, daghe, lance, pastorali. Scagliano frecce, fulmini, fuoco e lava. Maneggiano fruste, asce, martelli e bastoni. Archetipi della virilità, questi dei a volte sono saggi e comprensivi, audaci e difensori dei popoli, coraggiosi e generosi. Ma spesso incarnano invece l’estremizzazione dei principi maschili. Non sono autorevoli, bensì impositivi. Non sono delle guide, bensì dei tiranni. Non sono decisi, bensì spietati. Non sono forti, bensì violenti. Non sono coraggiosi, bensì sanguinari.

Tutto all’eccesso.

Crono, uno degli dei greci più antichi, divora i propri figli appena nati perché gli viene predetto che uno di essi l’avrebbe detronizzato e sconfitto. Ares, il dio della guerra, è brutale e rissoso, sempre pronto all’aggressione e all’attacco. Zeus, il più potente dio dell’Olimpo greco, è famoso per l’insaziabile sessualità e per gli stupri e le violenze commesse su dee, ninfe e donne mortali. Sono le storie degli dei e degli eroi delle civiltà patriarcali. Da qualsiasi cultura provengano, si somigliano.

La gerarchia, anche nell’ambito del sacro, adesso diventa un elemento fondamentale. E si ispira al paesaggio patriarcale circostante dove c’è un re che comanda i popoli, un valoroso guerriero che comanda gli eserciti, un potente sacerdote che fa da intermediario con gli dei in cielo.

Dee travisate: un femminile frantumato. Fu così che la Dea – frantumata nelle dee – entrò in questo robusto ingranaggio e venne plasmata in rispondenza ai nuovi codici e ai nuovi modelli sociali e culturali.

Vicino a questi dei, il divino femminile perse forza. Assunse sempre più spesso un ruolo secondario.

Le religioni politeiste, gli antichi culti pagani, ci lasciano una profusione di immagini di dee. Dee che sono le mogli, le sorelle, le madri, le amanti, le figlie o anche le nonne di autoritarie divinità maschili, sempre più potenti. Atena, dea greca della sapienza e figlia del potente Zeus, eredita le sue virtù dal padre che la genera direttamente dalla propria testa. Demetra, la dea della terra, è sorella di Zeus e di Ade e deve obbedire ai loro voleri, anche quando le sottraggono la figlia Persefone. La dea Era, pur essendo regina degli dei dell’Olimpo, ha tuttavia un ruolo subordinato rispetto a quello di Zeus, il celeste consorte. Ed è soggetta al più grande numero di tradimenti di tutta la mitologia. Matrimoni divini più o meno forzati, stupri e incesti spesso sanciscono i nuovi ruoli delle divinità femminili.

Le nuove dee non sono più il possente principio generatore, il simbolo del primigenio femminile. Gli dei hanno un ruolo di prim’ordine. Le dee da comprimaria.

Dee che non sono la Dea.

Sono solo sue sbiadite fotografie. Certe volte al femminile è stata anche associata una quantità impressionante di valori travisati e negativizzati. Per esempio le dee che rappresentavano la sessualità femminile, il piacere, l’erotismo diventano in molti casi demoniache. Kali è la dea che danza con la bocca sanguinante e una collana di teschi. Medusa ha serpenti al posto dei capelli. Le Arpie e le Erinni sono mostri mitologici sanguinari e crudeli. Ecate rappresenta i lati negativi dell’animo umano, i comportamenti malvagi e insensibili. Sono divinità femminili identificate con la morte, la distruzione, il sesso come depravazione e la lussuria sfrenata. Sono associate agli eccessi di follia. Divinità che godono nell’uccidere, nel possedere carnalmente le loro vittime, nella vendetta, nello spargimento di sangue.

Come andò avanti questa storia?

Successe che ad ogni generazione i concetti alterati sul divino femminile si rafforzarono e penetrarono sempre più profondamente nelle coscienze. Come un palo che affonda nel terreno sotto i colpi ritmati di una mazza di ferro. Gradualmente hanno acquisito stabilità. Sono diventati veri per tutti. Per gli uomini, ma anche per le donne.

Cosa rimane quindi della Dea? Rimangono i frammenti di un divino femminile fatto a pezzi e disperso.

E poi la Dea… scomparve

Il culto del Dio

Fu così che il femminile travisato un po’ alla volta divenne sempre meno divino. E sempre meno potente. Finché non successe qualcosa. Scomparve del tutto.

Con la nascita delle tre grandi religioni androcentriche – cristianesimo, ebraismo e islamismo – il divino divenne esclusivamente maschile. Ci fu solo un Dio. La Dea sparì. Secondo queste nuove religioni il principio creatore è maschile. La struttura ecclesiastica è piramidale. Ed è gestita da uomini.

Il Dio è uno, universale e totale. In lui si riconoscono tutti i poteri. È onnisciente e onnipotente. È un Dio-padre-unico. La tradizione spirituale è così diventata solo maschile. Maschile è il divino. Maschili sono i suoi principi. Maschili sono i suoi rappresentanti.

La Dea si è dispersa

Un divino solo maschile

Le culture successive hanno a poco a poco cancellato la memoria del divino femminile e dei suoi culti. Man mano che il tempo passava, della Dea non ci sono state più notizie. Restano solo pallidi segni del suo passaggio, ma sono così sbiaditi che non riescono più a trasmetterci un’idea dei suoi colori originari. Inabissata nelle sabbie del tempo, la Dea è scomparsa. Dagli occhi, dal cuore, dal ventre e dall’animo delle donne. Ma anche dalle menti e dallo spirito degli uomini.

C’è solo un Dio. E il rapporto con il divino è diventato esclusivo compito maschile.

Siamo orfani spirituali

C’è un Dio Padre, non c’è una Dea Madre

È una discriminazione spirituale tuttora ben presente e radicata. Anche dopo la liberazione femminile.

C’è un Dio.

Ma la Dea, oggi, dov’è?

Vedi anche LA CONFERENZA: Guarigione spirituale al femminile

Info sull'autore

La dr. Simona Oberhammer è naturopata. Ha operato per anni come ricercatrice indipendente ed ha effettuato i suoi studi e le sue ricerche nell’ambito delle discipline olistiche internazionalmente in diversi paesi quali Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Austria. Si è specializzata in nutrizione e bioterapie (U.S.A.). Simona ha seguito un percorso nell’ambito del femminile con una Maestra, Mila Raisse, una donna che proveniva da una antica tradizione di donne. Questo percorso personale, durato tanti anni, l'ha portata a creare la Via Femminile. Gli studi, le ricerche internazionali e il percorso personale sono stati la base per l’elaborazione e la creazione di nuovi sistemi e metodi terapeutici. Tra i principali: Olofem®, la via femminile; Naturopatia metodo Oberhammer®, per guarire naturalmente; Codice DeU®, metodo sulle differenze tra donna e uomo; Biotipi Olosophici®, metodo sulle tipologie costituzionali; Bionutra®, metodo di alimentazione naturale; Disintox®, metodo di disintossicazione; Eucolon®, metodo di purificazione e rigenerazione intestinale; Gymintima®, metodo di ginnastica intima; Olosophia®, sistema di intervento olistico. È autrice di diversi libri sulle tematiche del benessere, della salute, dell’interiorità e sulla donna, alcuni già editi e altri di prossima pubblicazione. Alcuni titoli sono: Olofem - femminile sconosciuto; Codice DeU: codice donna e uomo; Gymintima: la ginnastica intima; Vivere bene il ciclo mestruale e risolvere i disturbi con la via femminile; Sygil: la simbologia segreta delle mani. I metodi ideati sono inoltre stati inseriti dalla dottoressa Simona Oberhammer allʼinterno di una pluralità di forme espressive creative: grafica, musica, video, disegno, oggettistica e simbologia. La dottoressa Simona Oberhammer diffonde i suoi metodi con eventi quali conferenze, corsi, workshop e lezioni organizzati dall’Istituto Olosophico, in Italia e all’estero. Puoi trovare Simona Oberhammer su: www.olofem.com www.naturopatiaoberhammer.com www.facebook.com/simonaoberhammer

One comment on “La Sacralità Femminile: La Storia della Dea

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*