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La Porta d’Oro: magiche assonanze sulle strade dell’Arcano di Stefano Mayorca

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La Porta d’Oro: magiche assonanze sulle strade dell’Arcano

 di Stefano Mayorca

 

porta1Strade senza tempo, sepolte nella memoria dei secoli, tra la polvere di epoche lontane, quasi dimenticate. Vicoli intrisi di storia, permeati di magiche atmosfere sospese, di misteriosi trascorsi celati nel silenzio di un mondo, solo all’apparenza scomparso che la Roma arcana racchiude. Camminando per Piazza Vittorio, si giunge alla celebre “Porta Magica” del marchese Massimiliano Palombara (in realtà, un tempo le porte erano sette) conosciuta anche come “La Porta d’Oro e “La porta dei Cieli”, un vero e proprio monumento alchimico di straordinaria importanza, tanto storica quanto simbolica.

Intorno al 1870, in via San Vito a Roma, una stradina stretta e poco frequentata, costeggiata e destra e a sinistra da mura basse, lunghe e uniformi, intramezzate solo da qualche casupola, si sbucava nella via di Santa Croce in Gerusalemme. Proseguendo e passando vicino la chiesa di Sant’Eusebio in prossimità dell’arco di Gallieno, era situata a circa 200 metri da questo, l’intelaiatura marmorea di una porticina posta sulla destra, addossata al muro di cinta di un orto. La cornice in marmo suscitava la curiosità dei passanti, visto che la soglia, gli stipiti e l’architrave erano ornati da cifre e segni cabalistici affiancati da iscrizioni ebraiche. Si diceva fosse la porta del laboratorio di un alchimista che in altri tempi aveva tentato di produrre l’oro estraendolo dall’orina solidificata. Nell’ambito di quella diceria popolare, tuttavia, c’era qualcosa di vero. Nell’anno 1656, dove oggi sorge la chiesa di S. Alfonso, si estendeva la villa Palombara la cui forma ottagonale ne decretava la simbologia alchimica e cosmica. Il simbolo dell’ottagono è legato alla resurrezione, all’uomo alla Terra. Il marchese di Palombara, proprietario dell’edificio, aveva stabilito il suo laboratorio per le sperimentazioni dell’Ars Magna, la Grande Opera, al pianterreno della villa. La sua grande passione e determinazione, volta a fabbricare la Pietra Filosofale, un giorno venne premiata. Il racconto di questo avvenimento straordinario viene menzionato dallo storico Francesco Cancellieri (Roma, 10 ottobre 1751 – Roma, 29 dicembre 1826) nella sua opera Dissertazioni Epistolari: “Una mattina pel portone (ovvero l’ingresso della villa che si affacciava su via Merulana), entrò uno, vestito da pellegrino, il quale si pose a girare e a guardare sul terreno, come se qualcosa ricercasse. Fu veduto da uno dei servi del marchese, il quale subito corse ad avvertire il padrone; ed egli gl’ingiunse  di condurlo a sé. Ubbidì il servo. Sapendo quanto il signore della villa si dilettasse dell’arte di far l’oro, lo sconosciuto voleva dimostrargli, che l’opera era difficile, ma non impossibile ad eseguirsi”. Il misterioso personaggio, il pellegrino, si chiamava Giuseppe Francesco Borri, era un medico di origini nobili e un alchimista. Fu allievo del celebre Athanasius Kircher.

Sperimentò a lungo l’utilizzo del mercurio a scopi curativi e raccolse il frutto dei suoi studi nell’opera Specimina quinque chymiae Hyppocraticae (1644). Come riportato dal Cancellieri, l’enigmatico viaggiatore entrò nel laboratorio segreto del marchese e appurò che l’operazione in corso risultasse ben diretta. Il mattino seguente lo strano visitatore era scomparso. Il marchese trovò anche la soglia del laboratorio socchiusa e una volta entrato scorse in terra il crogiolo rovesciato e vicino una striscia d’oro purissimo. Accanto agli alambicchi, su un tavolino, era posto un foglio zeppo di segni e cifre indecifrabili che spiegavano il segreto per fabbricare l’Oro, la Pietra dei Filosofi e svelavano il nome della prodigiosa erba raccolta in terra dal fantomatico sapiente. Il marchese fece incidere il tutto nel marmo, parte sul portone posto sulla strada (via Merulana) e parte sullo stipite della soglia di pietra (la Porta Magica) allo scopo di eternare perennemente l’insolito incontro con il dotto viandante e fare in modo che qualche altro alchimista di passaggio, versato nell’Ars Magna, potesse decifrare la formula in essa custodita.

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