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INAUGURATO IL POZZO DELL’ANIMA IN ETIOPIA

kelasa well (32)

IL POZZO DELL’ANIMA

Claudio Maneri – presidente della Fondazione Butterfly onlus-

www. butterflyonlus.org

 

Un grazie di cuore al Gruppo Anima che, di fatto, ha dato il via a questa raccolta fondi, durante un  convegno di medianità di un paio d’anni fa…. pian piano, lungo la strada, altre anime, molto affini tra di loro ed in buona sintonia con la vita, si sono aggregate  consentendo alla Fondazione Butterfly  di realizzare questo pozzo in una delle regioni più povere del mondo.. in questa zona  solo il 15/20 per cento della popolazione  può accedere ad acqua potabile e le conseguenze sono evidenti nell’alto tasso di mortalità infantile causato da malattie intestinali legate  all’uso di acqua  sporca e contaminata.

Le donne, in questa dimenticata  parte di mondo, sono costrette a lunghe ore di cammino con pesanti taniche sulle spalle, esponendosi anche al rischio di violenze lungo la strada.. Questo pozzo di Kelasa, che prevedeva circa 300 beneficiari ne ha di fatto oltre mille… nelle parole di questa gente semplice, che raggiungono direttamente il cuore al di là della naturale barriera della lingua, si comprende di avere fatto qualcosa di importante e negli occhi di quella gente si legge una espressione di infinita  riconoscenza… ma, come mi capita spesso di dire, si riceve sempre molto di più di quello che si riesce a donare..

Mi auguro che leggendo queste brevi note, qualcuno possa iniziare a prendere consapevolezza della grande verità che siamo tutti collegati e che aiutando un nostro fratello, di fatto, aiutiamo principalmente  noi stessi..

logo_BUTTERFLY_ONLUSLa nostra fondazione nasce  con lo spirito di voler  trasformare il dolore per la perdita di un nostro caro in  amore e la farfalla è stata assunta a titolo di questo importante processo di trasformazione.. ho la assoluta convinzione che mia figlia Sibylle,  dall’alto, stia guidando i miei passi infondendomi, nei momenti di umana, naturale debolezza, quella grande forza che mi permette di continuare ad essere un tramite tra chi può donare e chi ha un bisogno disperato di aiuto..

Tanti genitori mi hanno seguito in Africa e di fatto, dopo questa esperienza hanno in qualche modo ricominciato a vivere… credo che la vita sia perfetta e che nemmeno la morte di un figlio debba frenare la nostra innata capacità di donare amore e di riscoprire così quella parte divina nascosta dentro di noi..……

Mi piace qui citare, dal mio ultimo libro “Ri-nascita”, l’esperienza della mia cara amica Magda, venuta in Etiopia con il figlio  per inaugurare un pozzo dedicato al proprio marito, deceduto qualche anno prima. Le sue bellissime parole e l’intensità con la quale descrive la propria esperienza, credo siano uno stupendo esempio di come si possa andare al di là del nostro dolore e guardare la vita con occhi nuovi.

 

Finalmente c’è l’acqua, c’è la vita che scorre e dà vita.

Mi avvicino e Pino, dall’alto di una targa, mi sorride soddisfatto: lo sento che è qui, qui con me, qui con Samuel, ci ha seguito e protetto per tutto il viaggio, ne sono certa ed ora è qui a festeggiare con noi, a danzare con noi, a cantare con noi e con tutto il villaggio e ad ascoltare il capo villaggio che dice: “ Condividevamo l’acqua delle pozze, putride ed infette, con gli animali. E malattie e morti ne derivavano. Perciò l’acqua potabile di questo pozzo è stata per noi un miracolo perché  avrà il potere di salvare tante vite. Auguriamo lunga vita a Magda e a Samuel ..d’ora in avanti , ogni mattina pregheremo per Pino e diremo anche ai nostri figli di pregare per lui.”

Ora è tempo di andare, tocca già risalire sulle  jeep e chissà quante ore  di strada davanti. Che fatica, che strappo, lasciar lì quella gente, con addosso ancor l’aria e la voglia di festa, lì vicino a quel pozzo, in quell’arido paesaggio pietroso: per fortuna quei loro sorrisi che continuano a danzarti intorno, ti confortano…

E gli sguardi e i sorrisi ti rimangono addosso, impigliati e, gelosamente, sacri,  li conservi nel cuore, indelebili.

Dopo un po’ che  tu sei sulla jeep, ti sembra d’essere un tutt’uno con essa, un automa a motore è forse ridotto il tuo cuore  che, indurito e impietoso,  non si cura di chi, di continuo  ti chiama, ti chiede, ti tende le mani. E i tuoi occhi sono forse i  fanali che vedono chiara ogni cosa ma guardano e basta, lasciando scorrer via  ogni scena, solo come fotogrammi di un film.

Purtroppo così non lo è, tu non sei di certo una jeep e magari, adesso lo fossi: tocca invece fare i conti con ogni immagine che passa dai tuoi occhi al tuo cuore, graffiandolo, ferendolo, e che  poi sale su nella gola e lì si ferma  tramutandosi in urlo, un continuo urlo silenzioso, muto, represso, che ti rimbomba nella testa e lo senti solo tu.

 

Ma ora gli occhi, la mente e il cuore sono tutti  occupati, invasi da una immagine sola, catturata nei pressi del pozzo, fra la gente del villaggio: un bimbo di due o tre anni che non sta insieme agli altri bambini ma girovaga in mezzo agli adulti. Sembra un cane randagio che elemosina, con sguardo così serio, forse un po’ da mangiare, o un po’ di attenzione o magari soltanto amore.

Tutto sporco e coperto di polvere e terra, fin da sopra i capelli, ha indosso una sola maglietta, verde, lisa, consunta, bucherellata e sotto, nudo, senza  mutandine;  è scalzo, con caviglie un po’ gonfie e i piedi affondati nella terra sabbiosa e segni di vecchie ferite alle gambe.

E il viso: sguardo serio, da adulto, che sostiene il tuo sguardo e ti fa vergognare di osservarlo, squadrarlo  e inquadrarlo, dietro l’obbiettivo della tua digitale. Non si muove, mentre più e più mosche scorrazzano indisturbate sul suo viso, indugiando agli angoli degli occhi e della bocca  e lui non le allontana: non se ne cura per niente e continua invece a fissarti mentre la mano di un’anziana lo afferra per una spalla per farlo mettere in posa per la foto. Non sorride, come in genere fanno tutti gli altri bambini, ma continua a guardarti, senza toglierti gli occhi di dosso.

E sei tu che lo devi spostare lo sguardo da lui, che non puoi e non sai sostenerlo: i tuoi occhi, inondati di pianto, non ti permettono più di vederlo.

 

E freno non c’è,  non c’è fine alle lacrime che vogliono uscire impetuose, improvvise, travolgenti, abbondanti: sembra un pianto represso di una vita intera e che non riesce a placarsi  perché, appannato, offuscato: lì per lì, non lo vede il rimedio, lì per lì non ci pensa che sempre bisogna invece fidarsi e affidarsi, che anche lui, quel bambino, come ognuno di noi, è protetto, vegliato e più che mai tanto amato dall’intero universo. Solo dopo lo pensi, solo dopo che l’emotività ha fatto da padrona ma tu l’hai messa finalmente a tacere. E allora  dici grazie a quel divino universo, ancora una volta perché ancora una volta hai toccato, provato, vissuto l’amore per un tuo  fratello che non sai se maggiore o minore di te. “

 

 

 

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