News e Articoli

“Il guanciale coi rami e La luna” di Giuliano Dego

RAMI_LUNA

foto_GIULIANO_DEGO

Anima News ha il piacere di presentarvi un racconto inedito di Giuliano Dego. Fellini lo ha definito “un tipo di scrittore come non ne esistono più.  Incontrandolo si ha il conforto di un amico che credevi perduto per sempre. LIBRO_GIULIANO_DEGO Italo Calvino ha definito il suo stile “un modo di poetare davvero imprevisto e imprevedibile”. Dego ha insegnato nelle Università di Glasgow, Leeds, Londra e ha pubblicato trenta libri in Europa e America. Scrive per The Times, TLS e Corriere della Sera. è autore del Best Seller Il Dottor Max. Da sempre affianca il suo lavoro professionale con la ricerca metapsichica. Dego è infatti chiaroudiente. Il suo Poema dell’aldilà è il risultato di anni di sperimentazione metafonica. Dal registratore voci dolci o inquietanti dei semprevivi. Un’eccezionale testimonianza rigorosamente documentata. Scritto in terzine colloquiali, questo è il primo poema narrativo non fittizio sull’aldilà. E dice che è tempo di sollevare le palpebre e salire, oltre i dogmi, sino ai confini della luce.

Da sempre affezionato all’intimità della sua stanza, il chiaroudente Carlo ne privilegia il guanciale, che sfoggia rami tra i quali fa capolino la luna.

Posandovi il capo nel buio, attende. Attende che qualcuno risponda al suo muto invito, e gli racconti una storia che nessuno ha ancora vissuto sulla terra. Un tempo, le storie, le registrava su nastro. Ma erano afone e di poche frasi, perché presto svaniva l’energia. Ma, sforzandosi di capire, poco a poco Carlo si era ritrovato medium chiaroudente. Ora attende pensando alle parole di San Giovanni Evangelista: «Fratelli, non credete a tutti gli spiriti, ma metteteli alla prova, per vedere se vengono o meno da Dio». E prega di poter escludere gli spiriti parassitari che ossessionano gli incarnati. La voce che gli giunge d’improvviso è giovane: «Potrei raccontarti come sono morto. Ma ero un ragazzo alla buona, e la storia non sarà granché».

«Chi sei?» «Rocco, tuo compagno di banco alle elementari e partigiano sul Legnone. Era il settembre del ’44, e prima del rastrellamento ci avevano cannoneggiati dal forte Montecchio. Poi avevano incendiate le baite. Verso sera bruciavano ancora, ma i mitra tacevano. È andata bene, pensavo. Invece, un gruppo di repubblichini è sbucato dal bosco intorno al Pian delle Formiche, sparando all’impazzata. «Eravamo in quattro, e ci siamo buttati giù per il costone. Io sono rotolato, rompendomi il femore. Dal fondo della valle ho chiamato aiuto per ore. Poi mi sono assopito, risvegliandomi nel mezzo della notte accanto a una figura luminosa. Non ci crederai, Carlo, ma era il nostro coscritto Giustino, ucciso durante le retate di primavera. «Mi sono tirato su, sorpreso perché la gamba reggeva. Quanto a Giustino, lo avevo visto con la testa fracassata, ma ora rideva. Qualcosa non quadra» mi sono detto. Poi ho pensato di sognare, perché ondeggiavamo entrambi nell’aria. «Oltre alle baite in fiamme, vedevo le quattro colline dell’Alto Lario, il Pian di Spagna, e l’Adda che l’attraversa prima di sfociare nel lago. Poi siamo entrati in una città, i cui muri emanavano luce, e la gente vi girava togata come gli antichi romani. Giustino spiegava che proiettiamo tutto con la mente, ma che è più facile trasformare le vibrazioni del corpo etereo in mantelli, piuttosto che in gonne o giacche con cravatta e gilè. Mi fissava. Poi ha chiesto: «Lo sai cosa ti è capitato, no?». «So di essere piombato in un posto dove non si fanno retate» ho risposto. «Anzi, spero di poter riposare». «Lo stai già facendo.» «Cosa?» «Hai urlato per ore, poi sei morto» ha continuato Giustino, irritandomi. Cicalava, quasi fossimo seduti al bar a bere il caffè. «Non farmi ridere» ho ribattuto. «Fossi morto, non sarei qui.» «Ma è proprio questo, il punto» ha insistito. «Sei qui perché sei morto.» Ho indicato all’intorno: «Ma allora questo cos’è? Il paradiso?». «Potrebbe esserlo, almeno per qualche aspetto.» Rocco mi guardava sorridendo: «Che significava “per qualche aspetto?” nel caso mio? Ma vorrei anche aggiungere, Carlo, che la risposta di Giustino era stata seria, e cominciavo a capire. Intanto entravamo in un palazzone luminoso, con gente d’ogni tipo. Alcuni in giacca e cravatta. Oppure in toga, e scherzavano. Altri, come te, posavano il capo su un guanciale.» «Siamo al Centro di Accoglienza» spiegava Giustino. «Una specie di ospedale per l’anima. Ma non preoccuparti. Serve ai defunti per orientarsi. Sempre che lo meritino.» «Che vuoi dire?» «Alcuni finiscono in posti peggiori.» «L’inferno?» «Solo come ce lo siamo creati in vita coi nostri pensieri e le nostre azioni. Sai, qui ognuno è quello che è. Un bugiardo, per dire, mente. Ma non può fingere di non farlo, neppure con se stesso. E alla fine si giudica da solo. Comunque progredisce anche chi alloggia nelle tenebre. Del resto, come potrebbe Dio, nella sua bontà, condannarci a pene eterne perché siamo stati golosi o siamo finiti nel letto sbagliato? Improbabile, non credi?» «Ho avuto la netta impressione» Rocco ha ripreso «che a trasmettere gli ultimi due pensieri non fosse stato Giustino, ma una giovane che ci stava accanto. Capelli castani, sui venticinque anni di età. E si rivolgeva a me chiamandomi per nome. «Ti piace, Rocco, questo posto?» ha chiesto. «Sì, ma…» «Non mi riconosci, eh! Mi chiamo Grazia.» «Grazia? A dire il vero non… O meglio, ne ho conosciute un paio, ma…» «Non mi sorprende, sono morta prima che tu nascessi. Sono tua nonna.» La guardavo allibito: «Ma come? Ho visto una tua foto da vecchia. Anziana, voglio dire, e…» «Qui tutti, te incluso, ci plasmiamo con la mente un corpo etereo, che riproduce quello incarnato nel fiore dell’età. A meno di voler visitare in terra qualcuno che ci ha conosciuti coi capelli bianchi. In questo caso, ci ricicliamo in bianco. Ma vieni, ti accompagno a casa.» libro_IL_POEMA_DELL_ALDILA

Senza darmi tempo di riflettere si è avviata. E ci siamo trovati davanti a una casetta di periferia, col giardino e tutto. «Ci siamo mossi alla velocità del pensiero» spiegava la nonna. «E anche la casa è una proiezione della mente. Pensi un posto, e sei lì. Del resto è così anche per gli incarnati, no? Solo che il corpo non li segue. Il nostro, astrale, ha vibrazioni più veloci. E viaggia gratis.» «Possiamo tornare in terra a visitare i nostri cari?» «Basta pensarli, e sei lì. Ma ti avverto, per loro sarà come non esistessimo. Bussi  alla porta dei genitori, e sono sordi. Vai dal parroco, ed è cieco. Io ho passato con te molto tempo, a cominciare da quand’eri alto tre spanne, ma alla tua morte non ero presente. Qualcuno, dall’alto, mi ha evitato quel tormento.» «Siamo saliti al terzo piano. Sedie, poltrone, mobilio, letti con fior di guanciali illustrati, come il tuo, Carlo, e anche con elefanti o gazzelle. Niente termosifoni però, perché la temperatura, spiegava la nonna, era sempre gradevole. «È un buon posto» ha concluso. «Strano, però. Ma pensavo che mi sarei trovato a mio agio.» La voce di Rocco si affievoliva: «Carlo» ha sussurrato «mi manca l’energia, e devo lasciarti. Ma, se credi, riprenderò quando ci rivedremo».

E qui il guanciale ha accolto Carlo con la pace del suo silenzio. Il mattino dopo, però, il medium chiarudente è salito a Villatico, frazione di Colico. Sul muricciolo prospiciente la  chiesa quattrocentesca di San Bernardino c’erano due vecchi contadini, e Carlo ha chiesto loro se avessero conosciuto il partigiano Rocco. No, ma ne ricordavano le urla. Uno ha aggiunto: «Me vurevi purtal giò cul mület. Ma i repüblichin i lasaven pasà nesün.  E sul cartel del poor Baruffaldi Adamo, che i ha impicaa giò a Colic, in piazza del lag, i gaveva scrivüü: “Così muoiono i traditori della patria”. Figüremes se anca me vurevi fa quela fin lì.” A capo chino, Carlo se ne è andato.

Info sull'autore

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*