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I quattro cibi della salute: gli anacardi dell’Amazzonia

Ancor prima di laurearmi in medicina e chirurgia mi interessavo del vitale problema di come migliorare la salute umana con l’alimentazione, ed ho intrapreso lo studio proprio con lo scopo di dedicare la mia intera vita a questo nobile scopo. Già dagli anni sessanta non mi convincevano le teorie vegane, e tanto meno mi convincono oggi, dopo che mi sono specializzato in gastroenterologia ed ho osservato migliaia di persone. Vi racconto in questi articoli alcuni dei moltissimi risultati a cui sono giunto in questi quarant’anni di ricerca ed esperienza. 

GLI ANACARDI DELL’AMAZZONIA

In questo povero mondo popolato da 7 miliardi di persone, avvolto da una coltre inquinata, sopravvivono ancora alcuni cibi quasi intatti, che possiedono inoltre delle preziose qualità nutrizionali loro intrinseche. Questi cibi non possono che provenire dalle alte catene montuose e dalle grandi foreste equatoriali, cioè dalle zone del mondo più risparmiate dall’inquinamento. Nelle due precedenti newsletter avevo parlato dello yogurt delle Alpi e del miele dell’Amazzonia; parliamo ora di un altro cibo della salute, l’anacardio dell’Amazzonia.

Questo frutto appartiene alla categoria dei frutti oleosi, come le noci, le nocciole, le mandorle, le arachidi, i pistacchi, i pinoli, i macadamia, le noci brasiliane e, pur con delle caratteristiche leggermente diverse, le olive. I frutti oleosi talvolta sono chiamati erroneamente “frutta secca”, ed in effetti, ad eccezione delle olive, hanno consistenza secca e sono ricoperti da un guscio duro. Però, per distinguerli dalla frutta succosa essicata (ad esempio le prugne, i datteri o l’uva), è più corretto chiamarli frutti oleosi, termine che ci ricorda il loro alto contenuto di preziosi oli polinsaturi e omega3. Il loro contenuto in grassi è in effetti molto elevato, quasi sempre superiore al 50%: ma sono grassi di elevato valore biologico, che non incrostano le arterie e non affaticano il fegato se, ovviamente, sono consumati con moderazione. Per contro hanno un basso contenuto di carboidrati, che raramente supera il 15%. Sono inoltre molto ricchi di fibra (in media il 6-7%), cosa che non sempre costituisce un vantaggio, come vedremo nella prossima newsletter.

L’anacardio si distacca da tutti i suoi cugini per avere una composizione più equilibrata e quindi più adatta all’alimentazione umana: il 43% di grassi, un buon 26% di carboidrati, e addirittura solo il 3% di fibra! La percentuale di proteine – cosiddette “nobili” per il loro elevato valore biologico – si allinea a quella media degli altri frutti oleosi, intorno al 20%. Infine questo prezioso frutto è ricchissimo di vitamine e sali minerali di ogni genere: insomma, un tesoro della Natura. Tesoro al massimo grado se si sceglie quello dell’Amazzonia, la foresta più grande e meno inquinata del mondo. E, per concludere, un ultimo record dell’anacardio amazzonico: l’albero che lo produce non è il più alto, ma è il più largo del mondo, dato che i suoi rami ricoprono la superficie di un campo di calcio!

Info sull'autore

Paolo Cataldi, medico chirurgo specializzato in Chirurgia dell'apparato digerente, da anni si dedica all'insegnamento e alla divulgazione della digiunoterapia e del metodo Mayr.

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