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Fai attenzione al momento

Quando le cose vanno come voglio io mi “sento” proprio bene. Quando le cose vanno (più o meno) come voglio io mi godo la vita, me ne sto bello bello nella pace del mio “Centro”, beato e spensierato come un pisello nel suo baccello. In fin dei conti me lo sono meritato, mi sono fatto un mazzo così: in tutti questi anni non ho fatto altro che consultare psicoterapeuti, counselor, sciamani, channeler, preti. Ho fatto i seminari di crescita, autostima, pensiero positivo, ho preso la diksha, il reiki, la reconnection, perfino l’ayahuasca. Conosco i segreti dell’Effetto Isaia, del Corso in Miracoli, della Biologia delle credenze e del Cervello del Cuore. Usando il Pensiero creativo trovo parcheggio nel centro di Milano. Quando le cose vanno come voglio io mi sento proprio bene. Questa volta ce l’ho fatta, conosco le regole ed i trucchi. E chi mi ammazza più a me?

E paf! L’imprevisto accade fa deragliare il futuro che avevo immaginato. Ansia. Il cambiamento esplode improvviso nella mia coscienza, uno scarto del cavallo interrompe il mio bel sogno e lo trasforma in un incubo. Mi sento male” (spaventato, irritato, offeso, dispiaciuto, agitato, umiliato, abbandonato, sbagliato, vittima). La vita ha frantumato lo “specchio delle mie brame” e la mia “centratura” si è rivelata una precaria auto-immagine che è andata in frantumi con lui. Non posso accettarlo, non ancora una volta, questa volta no. È normale: il dolore è la reazione naturale alle infedeltà della vita. Rimanere shoccato perché è accaduto qualcosa di sgradevole è giusto, soprattutto perché non me lo “sarei mai aspetto”, mi ha colto di sorpresa, mentre ero distratto. Ma è già successo ed è per questo che avevo pronto il mio “piano B”. Però perché non funziona? Non sono del tutto uno sprovveduto, so che certe cose succedono, ho studiato, mi sono preparato, perché il dolore non passa? So che il dolore trova sempre la sua soluzione, so che devo farmene una ragione e continuare a vivere. So che non devo avere fretta, devo darmi il tempo per digerire lo shock, ma continuo a sentirmi intrappolato in una sorta di “sofferenza permanente”. So che la sofferenza è dolore inestinguibile, perché non nasce nella verità del “corpo” ma nello smarrimento del pensiero. La mia consapevolezza è andata in tilt e il mio computer comincia a processare i dati delle sue memorie, scannerizza gli archivi alla ricerca di una situazione simile per capire cosa sta succedendo e re-agire di conseguenza. La mente mi dice: “Questa cosa è uguale a quella che ti ha fatto la mamma quando avevi sei anni”, e i ricordi e i sentimenti del bambino di sei anni si travasano nella mia coscienza attuale, e quei pensieri e quelle emozioni mi fanno sentire ora offeso, umiliato, ferito, arrabbiato, ecc. ecc, il mio stato di coscienza si altera, il mio umore cambia e il mio corpo comincia ad agitarsi. Non ci sono cazzi la realtà di ciò che mi è accaduto adesso è rimasta intrappolata nella realtà ricordata e la mia mente corre impazzita nella ruota del criceto. La mia mente è completamente in balia dei suoi mostri.

L’Universo ce l’ha con me e mi scaglia i suoi fulmini per punirmi e insegnarmi a vivere. È evidente che è così. Di fronte a questo accadimento che ha suscitato memorie ed emozioni sono regredito al tempo antico: evidentemente ho “combinato” qualcosa e i mostri (genitori, maestri, sbirri) mi inseguono, tento di scappare, sono con le spalle al muro, stretto in un angolo, ho paura. Piango protesto perché “non ho fatto niente” ma il mio Giudice è inesorabile, mi picchia, mi fa la “predica” (che è anche peggio), mi umilia, mi spaventa, mi minaccia. Sono in trappola, non ho scampo, mi chiudo dietro il muro dei miei “perché?” e delle mie proteste infantili (“Non è giusto, non è colpa mia!”) e sfido la vita, il bambino si chiude nella sua disperazione: “Picchiatemi più forte tanto non sento niente”. Ogni volta che si verifica un evento spiacevole, qualunque esso sia (un’infezione che mi manda all’ospedale, l’automobile che si rompe, il gatto che finisce sotto l’automobile, la casa che si allaga, un familiare a cui diagnosticano un cancro) mi sento in trappola, un fallito, un colpevole, e il bambino si rifugia ancora una volta dietro il muro dei suoi sintomi: la sua depressione, le sua fobia, la sua dipendenza. Per la sua mente infantile ormai non è più possibile accettare un accidente semplicemente così com’è, il bambino cerca sempre una spiegazione (perché?) e sempre trova una colpa da espiare e un colpevole da punire.

Le mie credenze infantili (la cicogna che porta i bimbi, il peccato originale, la buona fatina e il satana infernale), derivano dai “ragionamenti” di un bambino che rifletteva sui suoi sentimenti e ne traeva conclusioni su se stesso e sugli altri, sul mondo e su Dio. Queste credenze col tempo si sono strutturate in una filosofia di vita che contempla, fra gli altri, Babbo Natale e Sigmund Freud, il topino dei denti e il Complesso di Edipo. Da questa filosofia infantile derivano le mie interpretazioni sulla realtà e da questi pensieri nascono le mie attuali emozioni che si strutturano in sentimenti (senti-menti = mentire con ciò che sento, con il sentire. Il senti-mento a differenza dell’emozione è una costruzione manipolatoria e imitativa di avvenimenti già passati, copioni già vissuti, o bisogni da soddisfare attraverso il ricatto emotivo, psicologico e/o spirituale) che determinano il mio giudizio sulla realtà (bella/brutta, giusta/sbagliata). E assumo questo giudizio come un dato di fatto. Ansia, paura, abbandono, rabbia, angoscia, sono in trappola. Tutte le mie credenze infantili si sono attivate, il mio pensiero ricade nel comportamento abitudinario: la rabbia, la sfida e la provocazione, so già che poi sarà la distruzione, la colpa e la depressione. In ogni caso sono fregato, sono in trappola. Ci sono ricascato. Cosa faccio? Mi siedo. Respiro. Ricomincio a ragionare. Non posso fare altro. Devo. Si ricomincia. Ma quando finirà? Mai.

Walpurgisnacht. Sarà una lunga notte, il mio grande bambino farà i conti con me, piccolo uomo. So che non è colpa sua, è solo un bambino, e come tutti i bambini è innocente, semplice, puro di cuore, tutto ciò che vuople è che tutti vadano d’accordo, così lui può giocare in pace (che è il modo che hanno i bambini di esplorare il mondo e se stessi). È un buon bambino ma è anche uno straccia maroni di prima, deve darsi una calmata, è uno sfigato, sempre teso, nervoso come un gatto e bizzarro come un cavallo. Neanche questa è colpa sua, vive in un mondo in cui le tenebre possono calare all’improvviso portate dall’ombra del Grande Genitore e tutta la sua corte di inquisitori e torturatori. Me la vedrò io con i suoi mostri, vediamo se si calma e mi lascia ragionare in pace. Non sono disarmato ho con me l’insegnamento di chi mi ha guidato, sono stato addestrato dai migliori, in strada. Neal Walsh dice che questo è il momento di applicare la tecnica che lui ha inventato, la chiama: “Fai attenzione al momento”: ieri non è adesso, e adesso non è domani, adesso è adesso” Molto gestaltica direi: ricontatta il corpo, ricontatta il contesto. Gli antichi monaci del deserto usavano una tecnica simile per risvegliare la consapevolezza: “Fratello fai attenzione a te stesso , qual è la verità?” Sarà una notte di duro confronto fra me e i miei demoni, cercheremo la verità. Sicuramente la paranoia che, a ondate serrate, mi sommerge non è la verità. È necessario che la osservi con distacco. È necessario che mi dimentichi quello che credo di sapere; devo sospendere il giudizio. Mettermi nella posizione di chi sa di non sapere, lasciar perdere le mie opinioni, provare a vedere questo avvenimento come se accadesse per la prima volta, provo ad essere un osservatore necessariamente interessato e partecipe ma con il distacco di chi tiene più a sapere la verità che ad aver ragione. Mi hanno insegnato che i greci chiamano questa forma di consapevolezza “epoché” (“tenere sopra”, “trattenere”). “Epoché” è l’astensione dal giudizio sulle cose e sui fatti del mondo, questo per permettere ai fenomeni che giungono alla coscienza di essere considerati senza alcuna visione preconcetta (appunto “come se” li si considerasse per la prima volta). Per ri-centrarmi e tornare consapevole di me è necessario che osservi i “fatti” senza pre-giudizi. La sospensione del giudizio mi rimette nel processo di consapevolezza del qui-e-ora. Sono sicuro che ciò che sto osservando accadere sia ciò che la mia mente sta credendo che accade? Sta succedendo evidentemente ciò che immagino” stia succedendo? Sono proprio sicuro che quello che penso sia successo e che mi fa piangere, sospirare, impaurire, intenerire, ecc. ecc. sia successo ora? Posso provare ad osservare la realtà (nuda e cruda). Sii consapevole. Ritrova il Centro.

Ri-centra la tua attenzione su ciò che è immediatamente un’evidenza, separa i fatti dalle tue opinioni: adesso non sta accadendo nient’altro che ciò che sta accadendo. Prendi in considerazione solo i dati che derivano dalla pura osservazione, solo ciò che vedi, senza alcun commento o interpretazione. La Verità è Evidente. Vero, purtroppo è evidente anche il suo contrario. Il fatto è che esistono due “verità”. Esiste la ” verità del Bambino, la sua fede, ciò in cui crede. Per lui le sue credenze sono vere a-priori, sono un dato di fatto. Un dogma indiscutibile, sorretto dalla sua storia che è diventata tradizione sacra. L’Adulto conosce un’altra verità (“alètheia“), parola greca tradotta con “veritas“, ma che ha ben altro significato da quello poi assunto nella civiltà romano-cristiana. “Alètheia” è “ciò che non è nascosto”, “che è esposto allo sguardo”, ciò che non è coperto. Deriva dall’immediata evidenza rischiarata dalla riflessione alla luce del “Buon Senso”. Per scoprire “Alètheia” (la verità) è dunque fondamentale che io mi distacchi dal mio “etnocentrismo”, mi “astenga dal giudizio”, derivato dalla fede infantile su questi accadimenti. È necessaria l’ “Osservazione pura” (Hermann Hesse), distacco amorevole e pensiero ragionevole. Dentro di me le due verità cominciano a confrontarsi in un dialogo serrato, il grande bambino, spara tutta la fede che ha nella sua angoscia. Non posso ignorarlo questa è la sua verità. La sua fede. Ci entro dentro alla sua paranoia.

Entro nelle vampe di calore, nei vuoti allo stomaco, nel respiro bloccato, nei brividi che scuotono l’anima, entro dentro ai pensieri catastrofici, all’ansia, alla depressione. Minchia è come essere sulle montagne russe. La mente infantile mi chiama dal passato, mi metto a litigare con lei e lei finisce per ottenere ciò che vuole: la mia attenzione e quindi la mia energia. Ricomincia: pensa partendo da un nuovo punto di vista, concentrati solo sulla verità evidente anziché ricadere ancora una volta nella tua la verità ricordata. Svegliati, questa angosciosa sensazione di intrappolamento non dipende direttamente da ciò che sta accadendo, ma dal giudizio che ne dai, condizionato da quello che è accaduto mille anni fa. Rilassati sono solo emozioni. “Seghe mentali”. Fermati ti stai proiettando un film: i pensieri, le emozioni che ne scaturiscono non derivano dalla realtà, ma da un auto-inganno della mente che ha scollegato il pensiero dalla consapevolezza del contesto dell’adesso, sei in “trance”, abbacinato dalla danza delle apparenze proiettate sullo schermo dell’illusione. Ciò che “credi” stia succedendo rispetto a ciò che “evidentemente” succede è condizionato da una specie di illusione ottica, il film previsto dal tuo copione condizionato da ciò che da bambino percepivi come piacere, potere, sicurezza (good trip) e da ciò che ti faceva sentire rifiutato, spaventato, umiliato, tradito, impotente, inadeguato, incapace (bad trip). L’esperienza della realtà interpretata è sempre distorta rispetto a quella della realtà in sé. Levento in sé è neutro, ciò che lo trasforma in realtà interpretata (giudicata) è un processo che avviene nel pensiero inconsapevole (allucinogeno). Ciò che è successo adesso, per quanto doloroso e devastante possa essere, non ha niente a che fare con il mio passato, è qui, è ora, non riguarda il bambino riguarda me, e io cazzo ho tutti gli strumenti per affrontarlo. La consapevolezza coglie la differenza tra l’allora e l’adesso (qui-e-ora non c’è nessuna mamma che minaccia un piccolo bambino di sei anni, che non esiste), mi posso liberare dalla tirannide del tempo passato, che ri-vissuta nel presente ipoteca il futuro. Non devo più niente al mio passato. Il mantra è: “Abbiamo già dato”. Sta sorgendo l’alba e improvvisa arriva l’intuizione: non sono in trappola, in trappola è il bambino, io no. L’accadimento (in sé), mi sta semplicemente comunicando che qualcosa sta cambiando (mutando) nella realtà delle mie relazioni con me stesso, con gli altri, con il mondo e con Dio. Quando arriva il cambiamento vuol dire che un ciclo sta evolvendo nel successivo. È necessario adeguare, mettere a fuoco, una nuova visione delle cose. I mostri del bambino dicono che un cambiamento è una trappola, una catastrofe: per loro ogni crisi è una tragedia dolorosa. Se credo al bambino rischio di finire di nuovo in “analisi” a farmi appioppare qualche altra diagnosi fantasiosa. Ma una crisi può essere anche il compimento di un progetto di vita, la sua realizzazione e quindi la necessità di un cambiamento. (Tra parentesi, a proposito del concetto di cambiamento è interessante compararlo al significato di divertimento, dal latino “di-vertere”: volgere altrove, in direzione opposta, deviare, far prendere altra direzione. C’è da riflettere, eh? Chiusa parentesi). Se do retta alla mia intuizione me la posso cavare con una bevuta fra amici. Comunque nella realtà vera non c’è nessun problema che un bel vaffanculo non possa avviare a soluzione.

Ciò che determina la “verità” che accetto — evidente o ricordata — dipende dal punto di vista da cui osservo. Se la mia “verità” è quella fedele alla personale “tradizione” filosofica del bambino, alla sua “scuola” o alla sua “chiesa”, devo sapere che sarò l’unico a crederci, nessun altro affronta, comprende o sperimenta l’avvenimento a modo mio. E questo aggiungerà al dolore, la sofferenza di non poter essere compreso, di non poter condividere con l’altro la verità, di vederla respinta, dileggiata, oltraggiata. Caro Bambino: “Ma vaf……….”

In senso strettamente letterale è impossibile avere un «incontro di credenze», un incontro di menti, in quanto ogni mente, mentendo si rappresenta in modo falso ciò che vede. La mente onnipotente del Bambino può ciò che vuole (Volere è Potere). L’adulto vuole ciò che può (Potere è Volere). L’Adulto non è felice perché ha ciò che vuole ma perché vuole ciò che ha). In questo posso avere un incontro di anime.

Un incontro che Martin Buber chiama incontro Io-Tu, la relazionalità dialogico-esistenziale, basata sul sentimento che la Gertrude Stein chiama Empatia. È qui che si conosce la verità “Alètheia” l’unica verità che può essere condivisa in un incontro di anime. Le anime si incontrano nella Realtà Attuale (dove quello che è è) dove non esistono i Dati del Passato. È sempre Proprio Qui, Proprio Ora, fuori dagli attaccamenti del fantasma dei ”Natali Passati” e al riparo dello spettro dei “Natali Futuri”. Nell’incontro dell’Anima si sviluppa non solo la visione di ciò che è ma anche l’intuizione di ciò che potrebbe essere (intuizione che Viktor Frankl indica come una caratteristica essenziale dell’Amore). L’intuizione (intuire = vedere dentro) di una terza verità, una verità condivisa, svela ciò che è l’essenza dell’avvenimento, e questa intuizione può influenzare la vita e metterla al riparo dagli tsunami emotivi. È tempo di ricominciare a riflettere sulla differenza fra anima e mente. Le dottrine psicologiche moderne lasciano ben poco spazio (se non nessuno) alla realtà dell’Anima. Fatto estremamente ironico, dato che l’idea originale era esattamente l’opposto. “Psiche” viene dal greco e significa “Anima”. Anche “Logos” viene dal greco e significa conoscenza. Ciò che interessava gli antichi era la conoscenza dell’anima, per quella della “mente” gli bastava la tavola pitagorica. La realtà dell’Anima, che emerge dalla Verità Reale, offre finalmente una spie­gazione non solo di ciò che sta accadendo nella sua essenza, ma anche del perché. Non dei “perché?” del Bambino ma nel senso di affinché. Allora il cambiamento lo posso affrontare non solo come la fine di un ciclo ma come l’inizio di uno nuovo. Allora posso servirmi del potere della mia mente, unito all’eterna chiarezza dell’anima, per modificare la mia esperienza di ciò che sta accadendo, ma anche per creare la mia esperienza di ciò che potrebbe accadere.

Posso finalmente ricongiungere il volere curioso ed eterno del Bambino con il potere realistico di senso e significato dell’Adulto, passando attraverso una piena presa di responsabilità nel qui ed ora, fuori dagli schemi e condizionamenti e delle paure del passato, che non sono altro che alibi del bambino che non vuole crescere. Sorge il sole e scende la pace, il problema è li davanti a me, è difficile. Ma non più gravato dai mostri infantili che lo rendevano irrisolvibile è semplicemente un problema e io so, che i problemi, come il dolore, contengono in se la loro soluzione, è solo questione di tempo. Vado a dormire, buon giorno a tutti. (Grazie Francesco).

Info sull'autore

Nato a Mestre il 23-05-1953, è counselor clinico e counselor di comunità. Ha studiato sociologia e psicologia; si è formato in Logoterapia, nella via della ricerca del senso e del significato. Ha lavorato per dieci anni in una Comunità Terapeutica, specializzandosi sulle dipendenze e sul recupero delle ricadute (la via del naufragio) seguendo i tossicodipendenti e le loro famiglie. E’ stato supervisore di una Casa Alloggio per malati di AIDS e docente-formatore presso l’Istituto Internazionale di Psicosintesi Educativa. Attualmente conduce seminari di crescita personale e ricerca del Senso e lavora come counselor tra Milano e il Veneto. Ha esperienza diretta di disagio giovanile, dipendenza di coppia e familiare. E’ fondatore e direttore didattico dell’Istituto DiaLogos.

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