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Esiste un dio delle donne?

SFONDOflaim

 

Devo dire che dopo avere scelto il titolo del mio intervento per i bei seminari di lavoro organizzati da Anima e da Erica Poli, ho cominciato ad aggiungere dentro di me domande su domande che in qualche modo facevano sentire questo titolo, solo l’ultimo dei quesiti possibili.

Esiste un dio?

Esiste dio?

Prendendo spunto, e tenendolo come limitato punto fermo, dall’idea che l’esistenza di dio prima ancora che diventare una religione è la semplice esistenza di un pensiero su dio, posso dire che esistono donne che cercano e pensano una relazione con dio. Quando le donne intessono una relazione con dio, esse danno corpo e anima a un divino femminile che cerca di venire al mondo e di prendervi spazio e voce. Spazio e voce che automaticamente però si connettono con un’immagine interiore assolutamente e totalmente maschile.

Come poter pensare ad un dio delle donne quando la nostra tradizione gli assegna invariabilmente una nominazione maschile e una “fisionomia” barbuta?

Molte sono state le filosofe femministe, da Luce Irigaray a Simone Weil sino a Maria Zambrano e Luisa Muraro con il suo bellissimo libro “Il dio delle donne”, solo per citarne alcune, che hanno indagato il problema della nominazione al femminile di cose, attività e categorie di pensiero. Esse rilevano come, in assenza della possibilità di declinare al femminile, la donna sia automaticamente sospinta verso una modalità maschile di conoscere e praticare il mondo.

A partire dal linguaggio che usa, per finire alla giacca e pantaloni.

In alternativa, non riuscendo ad identificarsi con un pensiero maschile sulla divinità, cerca dei referenti a lei simili, trovandoli principalmente nella figura della Madonna, nelle Sante o nelle mistiche. Anche la Natura e i suoi attributi vengono spesso trasfigurati fino a farli assurgere a divinità, enti totalizzanti le cui caratteristiche tentano di sconfinare nella metafisica.

La donna che cerca un possibile rispecchiamento di genere con “ciò che c’è di maggiore”, per dirla con le parole di Sant’Anselmo (un uomo!) non trova nel nostro linguaggio un ente astratto cui riferirsi.

E su questo punto non posso non fare un poca di autobiografia.

Avevo letto le scrittrici che ho citato ma il “problema” del dio delle donne, mi si è presentato davanti, quando stavo scrivendo il mio libro “La danza di Davide. Dalla lettura dei salmi alle lettere del cosmo”.

Indagando nel testo ebraico dei salmi, ho spesso trovato traccia di una forma femminile del divino, intesa esattamente come Dio, ovvero come ciò che c’è di più grande, di sommo e di superiore a tutte le creature. Una figura che non è Madre o Sorella o Amica o Mediatrice e nemmeno una sorta di incarnazione del principio divino nella Natura o nella Terra, non Mare ne Alba né Vita.  Mi sono trovata così nella difficoltà di trovare un nome-Nome, numinoso e inequivocabilmente assoluto, per indicare e tradurre le lettere ebraiche che facevano sorgere in me l’immagine di Dio-Donna.

Segnalo che nonostante il modo di nominare dio nei Salmi sia molto vario e, appunto spesso declinato al femminile, le traduzioni utilizzano solo le seguenti locuzioni: Signore, Altissimo, Dio e Santo.

Sono ancora immersa in questa mancanza del linguaggio e ancora ricorro ai pronomi lei, per esempio, oppure divinità ma non sono soddisfatta perché, a queste nominazioni manca quel sentore di assolutezza, astrattezza e onnipotenza che, automaticamente, si connettono alla parola Dio.

Non mi consola sapere che altre culture hanno avuto più rispetto dei generi e che le divinità femminili indiane valgono quanto quelle maschili, nemmeno mi aiuta sapere che Shakti e Shekinah, omologhe dello Spirito Santo, sono parte dell’immagine collettiva di tanti esseri umani.

Non mi aiuta e non mi consola perché queste immagini non fanno parte del mio patrimonio culturale originario.

Semplicemente, qui da noi, anche lo Spirito Santo si declina con la O e  così,  tocca lavorarci sopra!

Ecco che, ora, invito le donne a immaginare e pensare come questo Nome femminile possa spuntare nelle menti e nei cuori in modo da poterne fare uso per adeguare la nostra interiorità ad un Sé superiore che non rischi di gettarsi nel predominio maschile o nella deriva naturalistica sciamanica.

Si tratta di porre in essere un’attività di co-creazione immaginale che, come dice Muraro, non faccia sottovalutare l’enormità del proprio bisogno e che non faccia a se stessa lo sgambetto di pensare che il bisogno di un Dio-Donna vada commisurato alle forze attuali del pensiero e della cultura.

Perché come è vero che la candela accendendosi non ruba la sua fiamma al fuoco, ben possiamo metterci a pescare nel grande vuoto dell’Esistente per cavarne un modo di pensarci interamente assolutamente metafisicamente divine! E prima o poi qualcuna troverà la Parola.

 

Info sull'autore

Avvocato e filosofa, è ricercatrice nel campo delle tradizioni religiose naturali e delle pratiche di trasformazione. È appassionata del Libro dei Salmi, che interpreta in chiave di simbolismo della lettera ebraica.

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