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A sufi Master’s Message. In Memoriam René Guénon

A sufi Master’s MessageQuesto libro tradotto in inglese è stato pubblicato dall’editore americano Fons Vitae nel gennaio 2011 e rappresenta una sintesi del libro italiano “Islam interiore” (Il Saggiatore, 2002). L’autore, lo Shaykh Abd al Wahid Pallavicini, lo ha presentato a Londra in cinque prestigiosi incontri tenutosi, tra l’altro, al City Circle, alla London Metropolitan Univerity e all’Islamic Cultural Centre, suscitando un grande interesse. A Milano il libro verrà presentato dall’autore il 3 luglio alle 17.30 presso la libreria Ecumenica come prima tappa di incontri già previsti a Bologna, Torino, Roma e Imperia (coreis@coreis.it).
Chi è il Maestro che ci trasmette il suo messaggio tramite questo libro? è certo l’autore che ha legittimamente ricevuto questa funzione; ma è anche il suo Maestro, lo Shaykh Abd al Wahid Yahya René Guénon, che a sua volta ha avuto altri Maestri, fino ad arrivare naturalmente al primo dei Maestri, il Profeta Muhammad, al quale sempre si rifà l’ortodossia islamica. La portata del messaggio non riguarda quindi la vita e l’esperienza personale di alcuni individui, quanto piuttosto l’espressione di una scuola sapienzale islamica inserita nella dimensione contemplativa dell’Islam, il tasawwuf.
Riportiamo di seguito un estratto del libro “A sufi Master’s Message”, Il Messaggio di un Maestro Sufi:

IN MEMORIAM RENÉ GUÉNON
A cura dello Shaykh Abd al Wahid Pallavicini

A sessant’anni dalla morte dello Shaykh ‘Abd al Wâhid Yahyâ, riteniamo opportuno tentare di dissipare alcuni malintesi dottrinali la cui chiarificazione poteva sembrare acquisita alla luce dell’opera di René Guénon, ma che sembrano invece assumere un carattere ricorrente, soprattutto quando dalla fase teorica o «speculativa» si cerchi di passare a quella pratica o «operativa»; contemporaneamente è necessario denunciare concezioni antitradizionali che ricorrono ai nostri giorni e che ricevono inoltre l’appannaggio di alcune autorità ufficiali, sia exoteriche sia esoteriche, non solo dell’Occidente, ma anche dell’Oriente.
Non dimentichiamo soprattutto che il nostro ultimo e unico scopo è la Conoscenza, e che questa si ottiene solamente tramite la «realizzazione spirituale», e se non possiamo far meglio che rinviare, per un’esatta comprensione di tali termini, all’opera già menzionata, qui possiamo soltanto dire, a seguito dell’esperienza di certe incomprensioni, ciò che tali termini non esprimono. Così, la Conoscenza non è una sorta di enciclopedismo di nozioni tradizionali, mentre la «realizzazione spirituale» non è semplicemente il risultato dell’addizione: dottrina più iniziazione.
L’iniziazione, d’altra parte, non è un punto d’arrivo dove le conoscenze dottrinali sono immediatamente e miracolosamente realizzate, ma, come la parola stessa suggerisce, è soltanto l’«inizio» di un processo di purificazione che si protrarrà per tutta la vita e il cui esito non dipende da noi, ma dalla Provvidenza; inizio tuttavia indispensabile al fine di ricevere l’influenza spirituale e i mezzi propri di un determinato esoterismo, che di tale esito costituiscono le necessarie fondamenta.
È pertanto evidente che non vi è iniziazione senza esoterismo, ma l’iniziazione rappresenta proprio l’entrata in un’organizzazione esoterica, così come non vi è organizzazione esoterica né esoterismo al di fuori di un exoterismo al quale si appartiene già, sia pure «in vista» di tale iniziazione; ma se è ben vero che in circostanze diverse di tempo e di luogo sono esistite, così come ancora esistono, espressioni exoteriche la cui forma non era religiosa, è chiaro che per noi occidentali, oggi, l’exoterismo è necessariamente una religione.
È d’altronde provvidenziale che sia così, perché se gli uomini più vicini nel tempo o nella loro integrità alla Tradizione primordiale non avevano o non hanno la necessità di una forma religiosa, questa è sicuramente la più adatta a noi a causa del nostro stato di occidentali decaduti dell’epoca moderna, e il fatto che possiamo immaginare invece lo stato degli uomini primordiali e anticipare intellettualmente la nostra «reintegrazione» in esso non cambia minimamente la nostra attuale condizione di uomini ai quali, al contrario, è necessario il sostegno che ci offre proprio la religione.
L’appartenenza a una religione determinata non è pertanto solamente una formale conditio sine qua non dell’iniziazione all’esoterismo corrispondente, ma la qualificazione naturale necessaria, nell’adesione a tutte le sue modalità «fideistiche» o «virtuali», che costituisce il terreno fertile per far germogliare il seme di un’iniziazione, onde evitare sia la sua dispersione sia la sua deviazione, ove non fosse ancora stata raggiunta la giusta predisposizione.
Non si tratta di aderire a una religione solo in forma letterale, apprendendone la «lingua sacra», la «dottrina teologica» e la «tecnica rituale», ma soprattutto di saperne vivere lo «spirito», di divenire «religiosi», non nel senso di appartenere a un ordine, come si dice in Occidente, ma nel senso di abbandonare la nostra indipendenza profana per accettare invece la dipendenza da quel Principio al quale, conformemente al significato etimologico della parola «religione», noi ci «ricolleghiamo», e ciò sia exotericamente sia esotericamente.
È questa, infatti, la differenza essenziale fra sacro e profano, e se esistono presunte vie di realizzazione più o meno «sinistre», che vorrebbero trascurarla in vista di scopi contingenti o fenomenici, sarà proprio nel senso di una «profanazione»: ci domandiamo, in effetti, quali risultati si possa pretendere di ottenere quando si rinuncia a seguire le leggi date da Dio, o anche solamente quelle della «natura», e a quale santità si tenda con l’ipocrisia e la disonestà, la vanità e l’invidia, l’arroganza e la cattiveria, l’immoralità o l’amoralità.
Di che genere di realizzazione si tratterebbe allora? Forse di quella di un «individuo assoluto» non più inteso come sinonimo del Sé, ma al contrario come ipertrofia dell’«io», quando si sa che «finché noi siamo, Lui non è»? Non abbiamo ancora capito che dobbiamo «contenerci» in una forma religiosa che ci riconduca a una dimensione teocentrica, perché solo a partire dal centro della nostra individualità potremo aspirare a elevarci alla realizzazione di una Personalità che ci trascende?
Una volta approdati al piano pratico abbiamo forse relegato al piano teorico la necessità di «sacrificare l’io», quella di saper «morire prima di morire» e di «adorare Iddio, Allâh, come se Lo vedessimo, perché anche se noi non Lo vediamo, Lui ci vede», per cercare invece di innalzarci da soli, come chi volesse elevarsi tirandosi per i capelli, forti della nostra presunzione dottrinale o del nostro rigore tecnico, tralasciando di vigilare sulla sincerità delle nostre intenzioni, come consumati arrivisti che tentino di ingannare Iddio e se stessi?
Alla stessa «profanazione», intesa qui nel senso di tenersi «fuori del tempio», si possono ricondurre tutti i sottoprodotti della vita tradizionale che sembrano sedurre colui che, una volta «discesi» dal dominio della metafisica pura a quello della pratica rituale, scoprono che il loro effettivo interesse era lo studio delle possibilità di realizzazione spirituale più ancora della realizzazione stessa, e, incapaci di operare il distacco dai compiacimenti intellettualistici del passato per quello che sembra loro essere un «salto nel vuoto», cercano di colorare la propria «vita ordinaria» con utopie proselitarie, politico-interventiste o escatologiche; finalità che ciascuno sarebbe libero di perseguire se soltanto non volesse coinvolgere anche gli altri nella propria «caduta».
Ecco dunque quanto un certo pseudo-Islâm decadente dei giorni nostri pretenderebbe anch’esso predicare in Occidente, soprattutto a occidentali che si sono convertiti Islâm, creando così una difficoltà di rapporti fra il musulmano «guénoniano» e il musulmano d’origine, difficoltà che nasce innanzitutto dal fatto che, per quest’ultimo, la conversione all’Islâm implica il ripudio del Cristianesimo, la cui validità, malgrado le affermazioni completamente opposte dello stesso Corano , tende a essere relegata, nella migliore delle ipotesi, all’epoca preislamica, da parte della grande maggioranza dei musulmani, a qualsiasi contesto exoterico o esoterico essi appartengano.
E ciò non solamente per quanto riguarda la pratica generale, cosa che sotto diversi aspetti potrebbe essere concepibile, ma perfino nel suo stesso principio, dal momento che per loro non è credente, benché sia praticante e ortodosso, non solo chi non riconosce la venuta del Profeta (çalla-Llâhu ‘alayhi wa sallam) ma perfino chi, pur avendolo riconosciuto e avendo aderito all’Islâm e alla sua Legge, mantenga ancora la convinzione dell’attuale validità dei messaggi profetici precedenti, per non parlare di quella di tradizioni considerate nello stretto senso storico della parola come «non abramiche».
Lo stesso esclusivismo si manifesta anche a livello esoterico, quando il guénoniano non sembra vedere una grande differenza fra le turuq (ossia le organizzazioni iniziatiche islamiche), mentre il musulmano d’origine che abitualmente non l’ha scelta per vocazione o per affinità, ma è nato nella sua tarîqah seguendo una tradizione familiare, tende a considerarla come una specie di «clan» superiore a tutti gli altri e a non riconoscere come buoni credenti non solo gli appartenenti a altre turuq o ad altre religioni, ma nemmeno i suoi stessi fratelli musulmani.
Ciò fa sì che certe turuq, o perlomeno alcune delle loro sedi (zawâyâ) che furono nel passato legittimi centri per la propagazione dell’Islâm o per l’indipendenza di alcuni paesi islamici, oggi diventino gli strumenti più o meno coscienti di quei movimenti attivisti e militanti sorti a volte proprio dalla deviazione di una tarîqah particolare, a imitazione di quelle che furono le tendenze missionarie cattoliche per coprire le mire espansionistiche ai tempi del colonialismo europeo. Un’anacronistica crociata alla rovescia, segno che quella che si ha di fronte non è più che la maschera del vero Islâm.
La situazione al giorno d’oggi è aggravata non solo dall’importanza economica e strategica acquisita da alcuni paesi islamici o sedicenti tali, e pertanto divisi e opposti tra le abituali tendenze capitalistiche o progressiste, conservatrici o rivoluzionarie, ma anche per la strumentalizzazione dell’Islâm ai fini delle superpotenze o «infrapotenze» che siano, col pretesto di un ritorno ufficiale e globale a un fondamentalismo islamico, a un’ingiustificata valorizzazione della lettera laddove lo Spirito non è più presente.
Non è sorprendente, allora, che l’ultima parola dell’estremismo militante islamico che incita alla «rivolta» e al terrorismo in vista della costituzione di un califfato rinnovato o «impero», non solo nei paesi islamici ma nel mondo intero, non provenga dall’Oriente ma sia al contrario l’espressione della parodia della tarîqah, che colui che viene chiamato «l’esoterista René Guénon» auspicava come possibilità di salvezza e di realizzazione spirituale per una certa élite.

Shaykh Abd al Wahid Pallavicini

Abd al Wahid PallaviciniAbd al Wahid Pallavicini è nato a Milano nel 1926, si è convertito all’Islam il 7 gennaio 1951, assumendo lo stesso nome islamico del metafisico francese René Guénon proprio mentre quest’ultimo si spegneva al Cairo. Per molti anni ha vissuto in Oriente, dove ha ricevuto l’autorizzazione a condurre un ramo autonomo della confraternita islamica Ahmadiyyah Idrisiyyah Shadhiliyyah in Europa. Verso la metà degli anni Ottanta ha fondato il Centro Studi Metafisici, la CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana e, in Francia, l’Institut des Hautes Etudes Islamiques. E’ membro del collegio dei saggi della Grande Moschea di Parigi ed è stato per molti anni incaricato dalla Moschea di Roma per il dialogo interreligioso. Ha contribuito alla costituzione della Moschea al-Wahid di Milano che è divenuta recentemente un luogo di riferimento nazionale e internazionale, con annessa un’Accademia di Studi Interreligiosi (I.S.A.). Lo Shaykh Pallavicini vive attualmente tra Roma e Milano.

Mustafa Martino

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